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Case di comunità: per Agenas allarme organici, ma Fimmg rassicura

28 Marzo 2026

Case di Comunità ancora lontane dagli standard previsti e con una presenza medica che, in molti casi, resta sulla carta. È il quadro che emerge dall’ultimo monitoraggio dell’Agenas, relativo al secondo semestre 2025, cui la Fimmg però risponde negando allarmi e rivendicando la sostenibilità del modello alla luce della nuova convenzione della medicina generale.

Le Case e gli Ospedali di Comunità, pilastri della riorganizzazione territoriale prevista dal Dm 77 e finanziata anche con il Pnrr, procedono a rilento, con forti squilibri territoriali e criticità soprattutto nel Mezzogiorno. Le Case di Comunità con almeno un servizio attivo, dice Agensa, sono 781 su 1.715 programmate, pari al 45%, ma quelle pienamente operative, cioè con tutti i servizi obbligatori e la presenza continuativa di medici e infermieri, si fermano a 66, meno del 4% del totale. Non solo: altre 219 strutture risultano dotate dei servizi previsti ma prive di personale sanitario, alimentando il timore che possano trasformarsi in “cattedrali nel deserto” a ridosso delle scadenze del Pnrr.

Il nodo principale riguarda proprio la disponibilità dei medici di medicina generale, chiamati a garantire una presenza strutturata nelle Case di Comunità hub (attive h24 sette giorni su sette) e spoke (12 ore al giorno per sei giorni a settimana). È su questo punto che interviene il segretario nazionale della Fimmg, Silvestro Scotti, respingendo una lettura pessimistica dei dati: «Le nuove Case di comunità hub e spoke non saranno delle “scatole vuote” se verrà data piena e corretta applicazione dell’Accordo collettivo nazionale della medicina generale entrato in vigore il 15 gennaio scorso».

La chiave, secondo il sindacato, sta proprio nelle nuove regole contrattuali. Scotti ricorda che i circa 38mila medici di famiglia potranno svolgere fino a quattro ore settimanali aggiuntive nelle nuove strutture: un monte ore che, su base annua, arriva a circa 8 milioni di ore. A queste si sommano i 13,87 milioni di ore già garantite dai medici con incarico orario, per un totale di oltre 21,8 milioni di ore annue, equivalenti – nei calcoli della Fimmg – a circa 60 ore giornaliere per ciascuna Casa di Comunità. «Alla stima di tre medici di medicina generale per ciascun turno di lavoro si arriva considerando proprio questo volume complessivo di attività», sottolinea Scotti.

Il contributo potrebbe essere ulteriormente rafforzato dalla partecipazione dei medici in formazione: circa 3.500 professionisti, cui si aggiunge un numero analogo di tutor, che con un impegno minimo di quattro ore settimanali garantirebbero altre 28 ore di presenza settimanale nelle strutture. Un potenziale che, secondo la Fimmg, consentirebbe di coprire i fabbisogni previsti, a condizione però che le attività aggiuntive vengano effettivamente attivate e organizzate.

Resta tuttavia il tema dell’attuazione concreta, che il monitoraggio Agenas evidenzia con chiarezza. Le differenze regionali sono marcate: la Lombardia guida per numero di strutture attive, ma conta anche il maggior numero di Case di Comunità con servizi completi ma senza personale; intere aree del Paese, invece, risultano ancora ferme o quasi. Più avanzato appare il capitolo delle Centrali operative territoriali (Cot), quasi tutte attive e in linea con gli standard, mentre gli Ospedali di Comunità si fermano al 27% delle strutture previste.

Per la Fimmg, il rischio che le Case di Comunità restino vuote non dipende tanto dalla disponibilità dei medici quanto dalla governance del sistema. «Le Case della Comunità non possono essere un vestito a taglia unica perché ogni territorio ha esigenze diverse», osserva Scotti, indicando la necessità di adattare modelli organizzativi e orari alle specificità locali. Da qui la richiesta di completare gli Accordi integrativi regionali (Air), indispensabili per tradurre in pratica le previsioni dell’Accordo collettivo nazionale, e di avviare il nuovo atto di indirizzo per il rinnovo contrattuale 2025-2027.

Il segretario della Fimmg richiama anche il ruolo delle Regioni, cui spetta in questa fase la responsabilità di rendere operative le nuove strutture: «Il pallino resta in mano alle Regioni e noi siamo disponibili a continuare la stagione negoziale per risolvere i problemi». Un passaggio che lascia intravedere come, al di là delle stime teoriche sulla disponibilità di ore e personale, la partita si giochi ora sull’organizzazione concreta dei servizi e sulla capacità dei sistemi regionali di attrarre e integrare i medici nelle nuove strutture territoriali.