A una settimana dalla scadenza del 31 marzo, che impone a tutte le strutture sanitarie – pubbliche e private, comprese quelle non accreditate – di adeguarsi agli standard del Fascicolo sanitario elettronico (Fse), il sistema sconta ancora marcate difformità territoriali sia sul piano del popolamento dei dati sia su quello dei servizi effettivamente disponibili. È questo il principale nodo che accompagna l’ultima fase di attuazione del Fse 2.0 prevista dal Pnrr, con una tabella di marcia che punta alla piena operatività entro giugno ma che, alla prova dei fatti, procede a velocità diverse tra Regioni e persino tra aziende sanitarie della stessa area.
Il passaggio del 31 marzo rappresenta uno snodo tecnico e organizzativo rilevante: entro tale data tutti i soggetti erogatori di prestazioni sanitarie devono essere in grado di produrre documenti clinici in formato standardizzato, firmarli digitalmente e trasmetterli ai portali regionali del fascicolo entro cinque giorni dall’erogazione. L’obbligo, finora circoscritto alle strutture accreditate, viene esteso all’intero perimetro dell’offerta sanitaria, inclusi studi professionali, ambulatori privati, laboratori e strutture in regime di solvenza. Sul piano operativo ciò implica accreditamento presso la Regione, adeguamento delle infrastrutture informatiche e dotazione di firma digitale per gli operatori.
In parallelo, sempre entro il 31 marzo, i medici di medicina generale e i pediatri sono chiamati a compilare e aggiornare il cosiddetto “profilo sanitario sintetico” (Patient summary), destinato a diventare il nucleo informativo minimo accessibile anche in emergenza. Si tratta di un adempimento che introduce un ulteriore carico organizzativo sul territorio, ma che rappresenta anche uno degli elementi chiave per l’effettiva utilizzabilità clinica del fascicolo.
Nonostante l’impianto normativo e gli investimenti – 610 milioni di euro complessivi, di cui circa la metà destinata all’adeguamento dei sistemi regionali – il monitoraggio più recente evidenzia un sistema ancora frammentato. Tutte le Regioni hanno reso disponibili i documenti di base (ricette, referti di laboratorio e radiologia, verbali di pronto soccorso), ma permangono lacune su contenuti rilevanti come cartelle cliniche e documenti di prevenzione, non uniformemente accessibili sul territorio. Anche sul versante dei servizi il quadro è disomogeneo: solo una parte delle Regioni consente la consultazione delle liste d’attesa, mentre le funzionalità più avanzate – come la televisita o servizi accessori – risultano attive in pochi contesti.
Le criticità non si limitano alla disponibilità dei dati ma riguardano anche l’effettivo utilizzo. Meno della metà degli assistiti ha espresso il consenso alla consultazione del fascicolo e poco più di un quarto lo utilizza concretamente, segno che il problema non è soltanto tecnologico ma anche di integrazione nei processi clinici e amministrativi. In questo quadro, la scarsa interoperabilità tra sistemi informativi regionali continua a rappresentare un vincolo strutturale, limitando la circolazione dei dati e riducendo il potenziale del fascicolo come infrastruttura nazionale.
Per le farmacie, il tema assume una duplice valenza. Da un lato, il farmacista rientra tra i soggetti che possono accedere al Fse per le sole informazioni amministrative necessarie all’erogazione delle prestazioni, dall’altro è chiamato a svolgere un ruolo di prossimità nell’accompagnamento dei cittadini all’utilizzo dello strumento, soprattutto in una fase in cui il coinvolgimento degli assistiti resta ancora limitato. La piena operatività del fascicolo dipenderà infatti non solo dal rispetto degli adempimenti tecnici in scadenza a fine mese, ma anche dalla capacità del sistema di superare i divari regionali e di integrare stabilmente il Fse nella pratica quotidiana di tutti gli attori sanitari.