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Fse, decisivo per la farmacia dei servizi ma troppi italiani si disinteressano

24 Gennaio 2026

Molti assistiti continuano a considerarlo un passaggio facoltativo, o addirittura superfluo. Ma senza attivazione e soprattutto senza consenso alla consultazione, il Fascicolo sanitario elettronico (Fse) rischia di restare uno “scrigno digitale” chiuso proprio quando servirebbe di più. Ed è un cortocircuito che riguarda da vicino anche la farmacia dei servizi, perché una parte crescente delle prestazioni – oltre alla ricetta dematerializzata – richiede accesso a informazioni cliniche aggiornate: dal monitoraggio dell’aderenza terapeutica fino alle prospettive future di gestione dei cronici, come le ricette ripetibili e altri strumenti di continuità assistenziale.

A fotografare la situazione è un’analisi del Sole 24 Ore, che ricorda come a fine marzo il Fse dovrebbe andare “a regime” in tutta Italia, secondo gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che ha destinato 1,3 miliardi di euro al suo potenziamento. La traiettoria è quella di una trasformazione strutturale: non soltanto un archivio digitale per il cittadino e il medico, ma anche una leva per le istituzioni, dal Ministero ai centri di ricerca, grazie all’avvio dell’ecosistema dei dati sanitari che attingerà proprio dai fascicoli e potrà supportare programmazione, prevenzione e attività scientifica, anche con strumenti di intelligenza artificiale.

Il problema, però, è l’adozione reale. Al 30 settembre scorso – secondo l’ultimo monitoraggio ufficiale citato dal quotidiano economico – «praticamente solo un italiano su quattro (il 27%)» aveva effettuato almeno un accesso al proprio Fse negli ultimi 90 giorni. Un dato che segnala non soltanto un basso utilizzo, ma anche una distanza culturale e informativa rispetto alla portata del progetto.

Ancora più critico è il tema del consenso alla consultazione dei dati da parte degli operatori sanitari. Sempre secondo i numeri riportati dal Sole 24 Ore, meno di un cittadino su due (il 44%) ha espresso questo consenso, indispensabile perché medici, infermieri e servizi territoriali possano accedere al contenuto del fascicolo per finalità di diagnosi e cura. Senza quel “flag”, la consultazione è preclusa: i documenti restano visibili solo al cittadino e al professionista che li ha prodotti, con un effetto immediato di frammentazione dell’informazione sanitaria.

Le differenze territoriali sono marcate e spiegano in parte perché la “rivoluzione silenziosa” del fascicolo proceda a velocità diverse. Sul fronte dell’utilizzo, l’articolo evidenzia che se in Emilia-Romagna il 64% dei cittadini lo consulta con frequenza e in Lombardia lo fa il 53%, in Puglia e Sicilia la quota scende al 3%. Anche sul consenso i divari sono estremi: dal 92% di sì in Emilia-Romagna e dall’89% in Veneto, fino al 2% in Calabria e al 3% in Campania. Numeri che raccontano un doppio rischio: lasciare indietro proprio le aree dove il rafforzamento degli strumenti digitali potrebbe aiutare a compensare carenze organizzative e discontinuità assistenziali, e creare una sanità a due velocità anche sul piano della disponibilità dei dati clinici.

Per questo, segnala il Sole 24 Ore, governo e ministero della Salute intendono avviare una campagna informativa nelle prossime settimane, con l’obiettivo di raggiungere tutti i canali. Informare diventa decisivo soprattutto sul valore pratico, non burocratico, del fascicolo: in emergenza, sapere se un paziente è allergico, assume terapie salvavita o convive con una patologia cronica può fare la differenza. Eppure, proprio quel beneficio immediato rischia di venire meno se l’assistito non consente l’accesso ai dati, rendendo il fascicolo sostanzialmente inutilizzabile in ospedale, negli ambulatori, negli studi medici e in pronto soccorso.

Il paradosso è che la mancata adesione non blocca le prestazioni cui il cittadino ha diritto, ma limita drasticamente la circolazione delle informazioni cliniche, con un impatto diretto sulla tempestività e sulla qualità delle decisioni. L’articolo ricorda che il meccanismo ruota attorno al consenso alla consultazione, che viene presentato con un messaggio definito “un po’ in burocratese” quando si apre il fascicolo, anche se l’attivazione resta possibile in qualunque momento.

Il quadro si complica ulteriormente se si guarda al “patient summary”, cioè il profilo sintetico sanitario: nelle regole attuali, disciplinate dal decreto ministeriale 7 settembre 2023, in teoria rappresenta la base informativa consultabile anche in emergenza. Ma secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, finora “pochissimi pazienti”, meno del 10%, se lo sono visti caricare nel fascicolo. Tanto che il governo ha prorogato al 30 marzo la scadenza per i medici di famiglia, inizialmente fissata al 30 settembre, per completarne l’alimentazione.

Sul fronte dell’operatività, tuttavia, alcuni indicatori mostrano che il sistema si sta muovendo. Il 95% di medici di medicina generale e pediatri, riferisce l’articolo, ha effettuato almeno un’operazione di alimentazione del Fse. La normativa prevede 21 tipologie di documenti che dovrebbero diventare disponibili entro marzo: tra questi referti di laboratorio, radiologia, specialistica e anatomia patologica, lettere di dimissione, verbali di pronto soccorso, prescrizioni farmaceutiche e specialistiche, dati vaccinali ed esenzioni. Ma anche in questo caso permangono ritardi: nessuna Regione, secondo il monitoraggio citato, ha raggiunto il target completo dei 21 documenti.

Per la farmacia, i numeri raccontati dal Sole 24 Ore non sono soltanto una fotografia della digitalizzazione sanitaria, ma un vincolo operativo che incide sul lavoro quotidiano e sul futuro della presa in carico dei pazienti. Se il fascicolo resta poco usato e poco “condiviso”, diventa più complesso costruire percorsi integrati di assistenza sul territorio, valorizzare i servizi professionali e sostenere l’evoluzione verso modelli in cui la continuità terapeutica e la gestione della cronicità passano anche dall’accesso tempestivo e tracciabile alle informazioni cliniche. In altre parole, l’infrastruttura sta arrivando, ma senza consapevolezza e consenso degli assistiti rischia di restare una promessa più che uno strumento.