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Fse, Gimbe: consenso dal 44% degli assistiti, Lombardia sopra la media nazionale

3 Aprile 2026

Solo il 44% dei cittadini ha dato il consenso all’uso del proprio Fascicolo sanitario elettronico e nessuna Regione è ancora in grado di alimentarlo con tutte le 20 tipologie di documenti previste. A tre giorni dalla scadenza del 31 marzo fissata dal Pnrr per l’adeguamento agli standard del Fse 2.0, i dati diffusi dalla Fondazione Gimbe fotografano un sistema ancora lontano dalla piena operatività.

Il termine rappresentava un passaggio chiave della riforma digitale del Servizio sanitario nazionale, sostenuta da un investimento di 1,38 miliardi di euro, con l’obiettivo di costruire un’infrastruttura interoperabile capace di raccogliere e rendere disponibili i dati clinici su scala nazionale. Tuttavia, come osserva il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, «senza una interoperabilità reale, il Fse resta un’infrastruttura incapace di generare benefici concreti per l’assistenza sanitaria».

I dati più recenti disponibili, aggiornati al 30 settembre 2025, mostrano che nessuna Regione è ancora in grado di garantire la piena alimentazione del Fascicolo con tutte le 20 tipologie documentali previste dal decreto ministeriale del 7 settembre 2023. Il livello di completezza resta molto variabile: si passa dai 17 documenti caricati dall’Emilia-Romagna agli 11 della Puglia, a conferma di un divario territoriale che continua a rappresentare uno dei principali nodi strutturali del progetto.

 

Cittadini che hanno espresso il consenso alla consultazione dei propri documenti

 

Accanto alle criticità tecniche emerge con altrettanta evidenza il tema dell’utilizzo. Solo il 44% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione del proprio Fascicolo da parte di medici e operatori del Ssn, una percentuale che evidenzia una frattura netta tra le diverse aree del Paese: si va dal 92% dell’Emilia-Romagna al 2% di Abruzzo e Campania, con la Lombardia tra le Regioni nettamente sopra la media nazionale. «Se nemmeno la metà dei cittadini consente l’accesso al proprio Fse – avverte Cartabellotta – non siamo di fronte a un problema tecnico, ma a un fallimento culturale e organizzativo».

Il ritardo, dunque, non riguarda soltanto l’adeguamento infrastrutturale delle piattaforme, ma chiama in causa fattori più ampi: alfabetizzazione digitale, fiducia nella sicurezza dei dati e percezione dell’utilità del Fascicolo nella gestione concreta dei percorsi di cura. Elementi che, secondo Gimbe, pesano soprattutto nelle Regioni meridionali e rischiano di compromettere il raggiungimento degli obiettivi fissati dal Pnrr, che prevedono nei prossimi mesi un utilizzo diffuso e sistematico dello strumento.

Per le farmacie, il tema non è marginale. L’effettiva operatività del Fascicolo rappresenta infatti una condizione abilitante per lo sviluppo di numerosi servizi professionali, dalla presa in carico dei pazienti cronici al monitoraggio dell’aderenza terapeutica fino all’evoluzione delle ricette dematerializzate. Senza un flusso completo e aggiornato di dati clinici, la rete delle farmacie rischia di restare ai margini di quel modello di assistenza territoriale integrata che il Fascicolo 2.0 dovrebbe rendere possibile.

A fronte di questo scenario, la Fondazione sollecita interventi immediati per colmare i divari regionali e rafforzare sia l’infrastruttura tecnologica sia le politiche di ingaggio dei cittadini. Perché, come suggerisce implicitamente il quadro tracciato, la scadenza del 31 marzo non segna un punto di arrivo, ma semmai l’inizio di una fase decisiva: quella in cui il Fascicolo sanitario elettronico dovrà dimostrare di poter passare da piattaforma potenziale a strumento realmente utilizzato nella pratica quotidiana dell’assistenza.