Nel sistema sanitario italiano cresce la sensazione di un paradosso: l’assistenza farmaceutica resta uno dei segmenti più apprezzati dai cittadini, ma la sua tenuta economica si regge sempre più su un contributo diretto delle famiglie. È una delle evidenze che emergono dal XXI Rapporto Sanità del Crea Sanità (università di Roma Tor Vergata), dedicato a “L’insostenibile staticità dell’intervento pubblico (in Sanità e oltre)”, che fotografa l’evoluzione dell’equità e della sostenibilità del Servizio sanitario nazionale lungo un arco di quarant’anni.
Secondo il Rapporto, la spesa sanitaria pagata “di tasca propria” (out of pocket) è diventata una componente ormai strutturale dei consumi: «attualmente, oltre il 70% delle famiglie italiane sostiene spese» sanitarie private.
È un dato che descrive il livello di ricorso al privato, ma soprattutto segnala un trend di lungo periodo che pesa in modo crescente sulle fasce più fragili: la quota di famiglie che pagano direttamente prestazioni e beni sanitari è aumentata di +19,2 punti percentuali in quarant’anni, con incrementi più marcati tra i nuclei a minore disponibilità economica e con più basso livello di istruzione.
Il punto più rilevante per la farmacia riguarda però la composizione di questa spesa privata e la sua distribuzione territoriale. Il Crea osserva infatti che nel Mezzogiorno l’acquisto di farmaci è più frequente che nel resto del Paese: coinvolge l’81,0% delle famiglie, a conferma di una domanda particolarmente intensa e stabile. La mappa dei consumi privati evidenzia abitudini differenziate: al Sud farmaci e prestazioni specialistiche preventive ricorrono più spesso, mentre nel Nord hanno un peso maggiore le cure odontoiatriche, tipicamente più legate alla capacità di spesa.
Il Rapporto lega questi comportamenti a un dato di fondo: l’insufficienza di risorse pubbliche, che alimenta un trasferimento progressivo del carico economico sui cittadini. L’incidenza della spesa sanitaria privata sui consumi familiari è cresciuta di +2,6 punti percentuali negli ultimi quarant’anni, raggiungendo il 4,3%. Anche qui la pressione è maggiore nelle fasce più vulnerabili: tra le famiglie con meno istruzione la quota di consumi assorbita dalla sanità arriva al 6,8%. Sul piano territoriale, il Crea nota inoltre che «nel Centro e nel Mezzogiorno la spesa sanitaria è cresciuta significativamente più del reddito», un segnale che rafforza l’idea della spesa privata come “necessità” più che come scelta.
Dentro questa dinamica, la farmaceutica assume un ruolo chiave. Da un lato, i farmaci sono indicati tra le voci che più frequentemente contribuiscono all’impoverimento dei nuclei familiari; dall’altro, rientrano tra le spese che nel Mezzogiorno incidono anche nei casi di “spese catastrofiche”, cioè quelle che superano il 40% della capacità di spesa mensile familiare. In parallelo, il Rapporto segnala un aumento del disagio economico legato alle spese sanitarie: sommando le famiglie impoverite a quelle che dichiarano di aver annullato i consumi sanitari per ragioni economiche, la stima arriva a 1,25 milioni di famiglie coinvolte, pari a 2,3 milioni di residenti.
Sul versante della finanza pubblica, il quadro si chiude con una considerazione destinata a riaprire il tema della sostenibilità: la spesa farmaceutica totale cresce a ritmi superiori rispetto a molte altre componenti, con un tasso medio annuo del +3,6% nell’ultimo decennio e un’accelerazione al +4,1% nell’ultimo quinquennio. Il Crea stima che questo trend abbia aumentato di +3,1 punti percentuali, in dieci anni, la quota di spesa sanitaria pubblica assorbita dal comparto. E avverte che i margini di ulteriore contenimento si stanno assottigliando: «stimiamo uno sforamento del tetto della farmaceutica pubblica di 4,1 miliardi per il 2025 e di 6,5 miliardi per il 2026».
Nelle riflessioni finali, gli autori riconducono questo scenario a una “staticità” dell’intervento pubblico che rischia di tradursi in razionamento implicito: con bisogni in crescita, innovazione inevitabile e risorse limitate, il sistema tende a reggersi su un “fai da te” delle famiglie che ha un costo economico e sociale. Per i farmacisti, la lettura è immediata: se la spesa privata continua a crescere e il Sud diventa l’area dove il ricorso ai farmaci è più frequente, la farmacia resta un presidio essenziale di accesso e di prossimità, ma rischia di trovarsi sempre più spesso in prima linea nel gestire le conseguenze delle disuguaglianze economiche e territoriali.