Farmacisti di comunità spettatori interessati del tortuoso iter che, in Francia, ha imboccato la proposta di legge sul “diritto di essere aiutati a morire”: più che la disputa in sé sull’eutanasia – inevitabilmente politica ed etica – a tenere banco tra i professionisti della farmacia è una questione molto concreta, che può cambiare il ruolo del farmacista nel percorso di fine vita: quale canale assicurerà la dispensazione della sostanza letale che aiuterà i pazienti a morire e quale sarà il livello di responsabilità diretta per chi la dispensa. Perché, avverte la Fédération des syndicats pharmaceutiques de France (Fspf, uno dei due sindacati nazionali dei titolari di farmacia), è proprio da quel circuito che dipende se – e come – potrà essere riconosciuta una clausola di coscienza per i farmacisti.
Il tema torna d’attualità perché la proposta di legge che intende creare in Francia un nuovo diritto all’“aide à mourir” sarà riesaminata in seconda lettura dall’Assemblée nationale a partire dal 17 febbraio, dopo i profondi rimaneggiamenti operati dal Senato. Qui, infatti, il testo è stato di fatto riscritto: i senatori hanno respinto l’articolo che fissava le condizioni di accesso al suicidio assistito o all’eutanasia e hanno riscritto la disposizione cardine sostituendo «l’aiuto attivo a morire» con un più generale «diritto al miglior sollievo possibile dal dolore e dalla sofferenza». Una trasformazione che – secondo gli osservatori – ha svuotato l’impianto originario della riforma e prepara uno scontro inevitabile nella nuova lettura alla Camera.
Dal punto di vista delle farmacie, però, la partita si gioca soprattutto su un aspetto tecnico-organizzativo: come arriverebbero i farmaci per il fine vita fino al paziente e quale sarebbe la posizione del farmacista nella catena dell’atto sanitario. Philippe Besset, presidente della Fspf, indica due opzioni. La prima è quella prevista nell’impostazione oggi richiamata dal testo: considerare la sostanza letale come una preparazione magistrale allestita da una farmacia ospedaliera e poi inviata alla farmacia di comunità, che la consegnerebbe al medico o all’infermiere incaricati della somministrazione. In questo schema – trattandosi di una preparazione “su misura” per un singolo paziente – il farmacista territoriale entrerebbe di fatto nell’équipe responsabile dell’atto di aiuto a morire. Ed è qui che, per Besset, «la questione della clausola di coscienza per il farmacista si pone».
La seconda opzione, sostenuta dalla Fspf come preferibile, ricalca il modello del Belgio: usare specialità già esistenti, ad esempio a base di tiopentale in associazione con barbiturici. In questo caso, la dispensazione avverrebbe sulla base di una prescrizione/ordine del medico “a uso professionale” per l’équipe che segue il paziente, senza indicazione nominativa. La differenza, per i sindacati francesi, è dirimente: il farmacista non sarebbe parte dell’équipe che realizza l’atto, ma svolgerebbe un ruolo di garanzia e messa in sicurezza del circuito del prodotto. «In questo quadro, non c’è clausola di coscienza che si applichi», osserva Besset.
Non è una questione di lana caprima: come spiega Besset, l’applicazione di un principio come la clausola di coscienza in una farmacia di comunità sarebbe complessa e potenzialmente conflittuale: «All’ospedale, se un farmacista su 30 non vuole farlo, non è grave. Un’officina invece è una struttura: non è una persona fisica, non ha una coscienza». Che cosa accadrebbe se il titolare invocasse la clausola e il resto del team fosse disponibile, o viceversa? Il rischio, sottolinea, è trasformare un tema etico in una frattura organizzativa e gestionale.
C’è poi un ulteriore elemento che rende la questione sensibile per la professione: l’impiego di questi medicinali avverrebbe in un contesto non previsto dall’autorizzazione all’immissione in commercio (Aic). Per questo la Fspf spinge per una soluzione che “tolga” al farmacista territoriale la responsabilità dell’atto, evitando che la farmacia venga percepita come snodo operativo dell’eutanasia. «Il farmacista non deve ostacolare il processo», rimarca Besset, ribadendo che la clausola di coscienza, in farmacia, è «molto delicata».
Sul piano politico, l’iter resta aperto e polarizzato. La presidente dell’Assemblée nationale, Yaël Braun-Pivet, ha dichiarato di non dubitare che i parlamentari continueranno a rivendicare l’apertura di questo nuovo diritto e di voler fare «tutto» perché il testo possa essere adottato definitivamente entro l’estate. In parallelo, la riforma procede su un doppio binario: accanto alla proposta sull’aiuto a morire, prosegue anche il percorso della proposta sull’accesso alle cure palliative, richiamata come asse complementare e meno divisivo del dibattito francese.