Un paziente su quattro con dolore cronico non segue alcuna terapia, nonostante un’intensità media del dolore pari a 6,3 su 10 e un impatto rilevante su qualità della vita, lavoro e relazioni. È il dato più immediato che emerge dall’indagine demoscopica realizzata da Swg per la Fondazione Nora e Alberto Gentili, presentata ieri a Milano nel corso del convegno “Strategie d’azione per il dolore cronico”, che ha riunito clinici, istituzioni e rappresentanti dei pazienti.
La survey, condotta tra ottobre e novembre 2025 con metodologia Cawi su 492 pazienti distribuiti sull’intero territorio nazionale, restituisce l’immagine di un percorso di cura frammentato, segnato da difficoltà di accesso, carenze informative e disomogeneità territoriali. Il 28% degli intervistati dichiara di non essere in trattamento, con punte del 31% nel Nord-Ovest, mentre il dolore interferisce pesantemente con le attività ricreative (82%), il lavoro o lo studio (76%), il sonno (75%) e le relazioni sociali (52%).
A pesare è anche un deficit diffuso di conoscenze. Il 39% dei pazienti non ha mai sentito parlare della Legge 38/2010, che sancisce il diritto a non soffrire, il 47% non distingue tra cure palliative e terapia del dolore e il 37% incontra difficoltà nell’accesso alle informazioni su farmaci, esenzioni e centri di riferimento. In questo contesto, prevale la percezione di una scarsa attenzione da parte della società (77%) e dei media (74%), mentre il 73% giudica insufficienti le risposte delle istituzioni e il 67% ritiene non adeguata l’assistenza ricevuta dal Servizio sanitario nazionale.
«La Fondazione Nora e Alberto Gentili ha voluto dar voce ai milioni di malati di dolore cronico, che oggi non si sentono ascoltati né seguiti e sui quali mancavano evidenze certe e aggiornate» ha affermato la presidente Marta Gentili. «Per oltre 7 pazienti su 10, il dolore è un tema poco considerato a livello sociale e mediatico, eppure l’impatto socio-economico che provoca, se non curato, è devastante».
Sul piano clinico, l’indagine restituisce un quadro ambivalente: da un lato i pazienti riconoscono competenze adeguate ai professionisti (65% per i medici di medicina generale, 89% per gli specialisti), dall’altro segnalano una scarsa centralità del dolore nella presa in carico e, soprattutto, una collaborazione insufficiente tra i diversi attori, che manca in circa la metà dei casi. «Leggere dati che evidenziano come il 28% di pazienti con dolore non abbia una terapia specifica ci fa riflettere sulla capacità di informare sul diritto alla cura e sulla possibilità di accedere a centri specializzati» ha osservato Diego Fornasari, presidente di Aisd. «La Legge 38, inoltre, è sconosciuta ancora in troppi casi, anche tra chi soffre di dolore cronico».
Sulla necessità di rafforzare l’integrazione ha insistito anche Leonardo Consoletti, presidente di Federdolore: «Noi medici dobbiamo migliorare la gestione interdisciplinare. Sono i nostri malati che ce lo chiedono, affermando che quasi nel 50% dei casi c’è poca comunicazione e collaborazione tra chi li ha in cura. Una corretta e precoce presa in carico può migliorare il dato che oggi vede pazienti in terapia ma con ancora un dolore medio tra il moderato e severo». Analoga la lettura di Massimo Di Maio, presidente di Aiom, che ha sottolineato come «il dato del 26% di pazienti con dolore che è seguito, anche per quest’ambito, dallo specialista di patologia evidenzia con forza la necessità di formazione anche di tutte quelle figure mediche dove il dolore rappresenta un elemento cruciale per la presa in carico del paziente a 360°». Per Angela Anna Padula, vicepresidente di Sir, «secondo i risultati dell’indagine, lo specialista di patologia, con il 32%, è il primo prescrittore di una terapia per il dolore. Per questa ragione, dobbiamo prestare ascolto al paziente, quando affronta con noi una simile tematica». Più autocritico il giudizio della medicina generale: «I dati evidenziati dalla survey ci dicono che solo il 40% dei malati con dolore cronico è seguito dal medico di medicina generale; questa è una responsabilità di cui dobbiamo farci carico» ha affermato Pierangelo Lora Aprile, segretario scientifico Simg. «Non è accettabile che il 44% dei nostri pazienti abbia la percezione che il dolore sia un aspetto secondario, al quale diamo poca attenzione».
Le criticità emergono con forza anche sul versante terapeutico. Il 41% dei pazienti fatica a individuare uno specialista competente e il 54% segnala ostacoli nell’accesso ai farmaci. In particolare, le terapie a base di oppioidi e cannabinoidi sono considerate difficilmente accessibili dal 60% degli intervistati, soprattutto per barriere normative (58%) e resistenze prescrittive (55%), più che per diffidenza dei pazienti (16%). Non meno complesso l’accesso alle terapie invasive o semi-invasive, frenato da liste d’attesa, costi e carenza di professionisti.
In questo scenario, il ruolo della farmacia emerge come snodo di prossimità. «La farmacia è il presidio sanitario più vicino al cittadino e quindi, spesso, tra i primi a intercettare casi di dolore cronico; i pazienti che hanno difficoltà ad accedere alle informazioni su farmaci, esenzioni, terapie e strutture di riferimento possono trovare nel farmacista un professionista in grado di aiutarli» ha sottolineato Annarosa Racca, presidente di Federfarma Lombardia. «Di recente, con Fondazione Muralti, abbiamo promosso un programma formativo ad hoc, che ha aggiornato le competenze dei nostri farmacisti. La figura del farmacista va integrata nel percorso di cura interdisciplinare rivolto ai malati di dolore e la farmacia deve poter garantire, in tutte le regioni, l’accesso ai medicinali più opportuni».
L’obiettivo del lavoro, tuttavia, non si esaurisce nella fotografia del fenomeno. «L’obiettivo di oggi non è soltanto quello di presentare dei dati: abbiamo voluto riunire tutte le figure coinvolte non solo nella cura ma anche nella diffusione delle informazioni e nella gestione burocratica del dolore, allo scopo di definire azioni concrete che da domani metteremo in campo» ha concluso Marta Gentili. «Vogliamo essere motori di un cambiamento normativo e sociale non più differibile, stilando una serie di priorità concrete per chi ha il potere di decidere». Una roadmap che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrà intervenire su cinque direttrici: tutela normativa, formazione dei professionisti, integrazione tra le figure coinvolte, rafforzamento dell’informazione e maggiore equità nell’accesso alle terapie, per superare un sistema che oggi, secondo i dati dell’indagine, continua a lasciare troppi pazienti senza risposte adeguate.