Nei primi nove mesi del 2025 la spesa farmaceutica complessiva si è attestata a 18 miliardi e 420 milioni, con uno scostamento dal tetto programmato di 2,85 miliardi di euro. Questo “rosso” va interamente addebitato alla spesa per acquisti diretti (cioè ospedaliera più dd-dpc), che sforano il loro tetto di 3,38 miliardi di euro, perché la spesa convenzionata lascia sul proprio budget un avanzo di 0,47 miliardi. Lo ricorda Federfarma in una nota stampa diffusa ieri in risposta all’articolo pubblicato lunedì da Milena Gabanelli e Simona Ravizza nella rubrica Dataroom del Corriere della Sera, dove si attribuiva alle farmacie una parte della responsabilità dello sfondamento della spesa farmaceutica.
«Per avvalorare questa tesi paradossale» scrive in particolare Federfarma «l’articolo individua due principali cause: la nuova remunerazione delle farmacie per la dispensazione dei farmaci Ssn e il trasferimento dalla diretta alla convenzionata di alcune classi di medicinali utilizzati nel trattamento del diabete».
Per quanto riguarda la remunerazione, prosegue la nota, prima della riforma del 2024 il sistema si fondava sostanzialmente sulla percentuale del prezzo del farmaco, costituendo un’eccezione a livello europeo e contribuendo a limitare fortemente la disponibilità di farmaci innovativi in farmacia a discapito dei cittadini. Il nuovo sistema – che è stato fortemente voluto da tutti i Governi succedutisi dal 2012 a oggi, anche per allineare l’Italia agli altri Paesi europei – riduce significativamente la remunerazione delle farmacie sui medicinali più costosi e l’aumenta sui farmaci di prezzo più basso, riconoscendo il valore dell’atto professionale della dispensazione. L’impatto della nuova remunerazione sulla spesa farmaceutica è stato previsto dal Legislatore, esattamente quantificato dall’Agenzia per il farmaco e certificato dalla Ragioneria Generale dello Stato nei limiti delle previsioni di bilancio: non si è verificato infatti alcuno sforamento del tetto della spesa farmaceutica convenzionata.
Per quanto riguarda il trasferimento di alcuni farmaci dalla diretta alla convenzionata, i dati Aifa certificati dal Mef dimostrano che il cambio di canale distributivo delle gliflozine ha determinato, in soli tre mesi, un risparmio di 9,2 milioni di euro, che su base annua corrisponde a un risparmio di circa 36,5 milioni di euro. Inoltre, tale riclassificazione ha rallentato la crescita dei consumi di gliflozine che ha registrato un +37,7% dopo il passaggio, a fronte di un +49% degli anni precedenti.
Viste le forti differenze regionali a livello di consumi dei medicinali, e quindi dei relativi costi, è solo l’Aifa, come ente regolatore indipendente, che può fornire un’autorevole e attendibile analisi dell’impatto della riclassificazione dei farmaci, e non una ricostruzione parziale riferita alla dispensazione in uno o due territori regionali.