Marcello Cattani, presidente di Farmindustria e numero uno di Sanofi Italia, lancia un avvertimento all’Europa: «La farmaceutica deve essere la priorità numero uno dell’Unione nei negoziati con gli Stati Uniti». Intervistato dal quotidiano la Repubblica, Cattani interviene nel dibattito sulle tariffe doganali che Washington minaccia di imporre ai farmaci prodotti in Europa, un tema che potrebbe rivelarsi decisivo per l’accordo commerciale in discussione tra Bruxelles e la Casa Bianca.
Il comparto farmaceutico, ricorda Cattani, rappresenta la prima voce dell’export europeo e il principale contributo al surplus commerciale dell’Unione. Introdurre dazi in questo settore – ha detto – «non farebbe che danneggiare i cittadini americani», perché creerebbe «carenze di medicinali e un aumento dei costi assicurativi». Inoltre, spiega, la filiera produttiva tra Europa e Stati Uniti è «molto integrata» e destabilizzarla equivarrebbe a «fare un favore alla Cina, che sta colmando rapidamente il divario tecnologico».
L’eventualità di un’imposta doganale all’ingresso dei farmaci europei nel mercato Usa è più concreta che mai: l’indagine avviata dall’amministrazione Trump – che da sempre considera i dazi sui farmaci un obiettivo – sarebbe ormai alle battute finali. Ma per Cattani le conseguenze potrebbero essere pesanti anche per l’industria americana, e per questo si dice fiducioso: «Sarà un negoziato duro fino all’ultimo secondo, ma credo che alla fine prevarrà il buon senso».
Resta però l’incognita delle soglie. «Una tariffa allineata al 15% – avverte – per le aziende italiane significherebbe un aggravio fiscale di 2-2,5 miliardi di euro, a carico soprattutto dei consumatori statunitensi». Il rischio è che senza un’intesa si possa salire al 30% o oltre. Ma Cattani evita di indicare una soglia massima accettabile: «Il 15% è meglio del 30, come il 5 è meglio del 15», si limita a osservare.
Quanto agli investimenti annunciati da alcune multinazionali – compresa Sanofi – per realizzare nuovi impianti negli Usa, il presidente di Farmindustria invita a non leggere la questione solo in chiave protezionistica. «È vero che il presidente Trump vuole riportare la produzione in patria, ma un nuovo stabilimento richiede 5-6 anni per entrare in funzione. Le aziende sono attratte dagli Stati Uniti perché offrono mercato, certezza delle regole e competitività. I dazi possono essere un acceleratore, ma non sono il vero motore».
L’Europa, secondo Cattani, rischia di pagare la mancanza di una strategia alternativa per attrarre investimenti. «Altri settori, come l’automotive tedesca, sono stati difesi con maggior determinazione», osserva. Eppure, ricorda, «farmaci e vaccini non sono “commodity”, non si producono ovunque. Libertà e sicurezza passano da lì, il Covid ce lo ha mostrato chiaramente».
Cattani esprime apprezzamento per il lavoro condotto finora dal vicepresidente della Commissione europea Maroš Šefčovič nei negoziati, ma denuncia l’assenza di una visione industriale forte da parte dell’Unione: «La mia critica – precisa – non è al negoziato in corso, ma alla mancanza di una strategia per rilanciare competitività e ricerca, proprio mentre nel mondo è in atto una guerra globale per il primato nel biotech».
Il presidente di Farmindustria invita infine l’Europa a non mostrarsi timida: «Deve far pesare di più la dipendenza americana dalla produzione farmaceutica europea. Serve polso fermo nel difendere i nostri punti di forza».