Circa quattro terapie croniche su dieci non vengono assunte correttamente dagli anziani. È un dato che ricorre con sorprendente costanza nei diversi sistemi sanitari e che continua a rappresentare uno dei nodi più difficili da sciogliere nella gestione delle malattie croniche. La scarsa aderenza terapeutica riguarda in particolare i pazienti over 65 e si traduce non soltanto in esiti clinici peggiori, ma anche in ricoveri evitabili e in un significativo spreco di risorse per i sistemi sanitari. L’ultima conferma arriva dal progetto europeo Eldercare (Enabling medication adherence in the elderly), finanziato dall’Unione europea e portato avanti, tra gli altri, dall’università di Milano, l’Università di Napoli Federico II e l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, con la collaborazione di associazioni di pazienti, società scientifiche e federazioni professionali come Fnopi (Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche), Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri) e Fofi (Federazione degli ordini dei farmacisti italiani). Per due anni i ricercatori hanno analizzato dati e modelli organizzativi adottati in diversi Paesi, integrando una revisione sistematica della letteratura internazionale con un’indagine sul campo tra professionisti sanitari e pazienti.
Il quadro che emerge, come riferisce un articolo del Sole 24 Ore, è particolarmente rilevante per l’Italia, dove la popolazione anziana presenta spesso livelli elevati di politerapia: circa un quinto degli over 65 assume almeno dieci farmaci contemporaneamente. In questo contesto l’aderenza non dipende soltanto da dimenticanze o errori individuali. Alla base del problema si intrecciano fattori cognitivi, organizzativi, economici e relazionali che rendono complessa la gestione delle terapie, soprattutto nei pazienti più fragili.
Dalla ricerca emergono quattro principali ambiti di intervento per migliorare l’aderenza. Il primo riguarda l’organizzazione dei servizi sanitari: secondo i ricercatori sarebbe necessario dedicare tempo e risorse specifiche al supporto dei pazienti cronici, prevedendo professionisti o momenti di consulto dedicati al monitoraggio delle terapie. «Bisognerebbe dedicare tempo e risorse per avere professionisti dedicati al supporto dell’aderenza», osserva Elisabetta Poluzzi, professoressa ordinaria del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’Università di Bologna e coordinatrice del progetto.
Il secondo pilastro è rappresentato dall’educazione del cittadino. Molti pazienti interrompono i trattamenti quando i sintomi migliorano o quando percepiscono come meno urgente il rischio legato alla propria patologia. «Serve far capire l’importanza di assumere correttamente i medicinali e di non accontentarsi del primo sollievo dei sintomi», avverte la docente. A questo si affianca il terzo ambito di intervento, che riguarda la formazione degli stessi professionisti sanitari, chiamati a sviluppare competenze di comunicazione e di coinvolgimento del paziente. «Bisogna verificare che il paziente abbia capito e ricontattarlo più volte per assicurarsi che stia seguendo correttamente la terapia», spiega Poluzzi, indicando nella costruzione di un rapporto di fiducia uno degli elementi chiave per migliorare la continuità terapeutica.
Il quarto filone riguarda invece il possibile contributo della tecnologia. Dai promemoria sugli smartphone ai portapillole elettronici fino alle applicazioni basate sull’intelligenza artificiale, le soluzioni digitali potrebbero contribuire a ridurre errori e dimenticanze. Tuttavia, osserva la ricercatrice, le applicazioni oggi disponibili restano limitate e spesso richiedono comunque il supporto di familiari o operatori sanitari per essere utilizzate dagli anziani. «È un tema accattivante e le prospettive ci sono, ma se andiamo a vedere realmente quello che è disponibile oggi per i pazienti il campo si restringe. Almeno partirei dalla tecnologia a “costo zero” come promemoria sugli smartphone», afferma Poluzzi, aggiungendo che l’intelligenza artificiale resta per ora «più promessa che realtà».
Un ruolo centrale nel miglioramento dell’aderenza emerge inoltre per i professionisti sanitari di prossimità, a partire dai farmacisti. La revisione internazionale citata dal progetto evidenzia che in oltre un terzo degli interventi analizzati la farmacia territoriale rappresenta uno degli attori principali nel supporto ai pazienti cronici. «La farmacia aperta al pubblico è probabilmente la risorsa più disponibile e la più vicina ai pazienti cronici», osserva Poluzzi. In questa prospettiva servizi come il deblistering o la preparazione di pilloliere personalizzate possono rappresentare strumenti concreti per semplificare la gestione delle terapie. «Sarebbe probabilmente la soluzione chiave, e coprirebbe molte delle difficoltà attuali dei singoli pazienti», sostiene la docente, ricordando tuttavia che resta aperta la questione della sostenibilità economica di questi servizi, spesso erogati a pagamento.
Accanto ai farmacisti, la ricerca evidenzia anche il contributo degli infermieri, presenti in quasi un quinto degli studi analizzati, soprattutto nei contesti di assistenza domiciliare, nelle strutture residenziali e nelle case della comunità. Meno strutturato appare invece il coinvolgimento dei medici, spesso condizionato dai limiti di tempo e dalle risorse disponibili. In questo quadro, conclude Poluzzi, alcune innovazioni organizzative come la ricetta valida fino a dodici mesi per determinate patologie croniche potrebbero rivelarsi utili se integrate con sistemi di monitoraggio e con la collaborazione delle farmacie. «Questo non deve corrispondere al fatto che il medico consegni una ricetta da 12 mesi senza rivedere il paziente in questo arco di tempo – osserva – ma se accompagnata dalle segnalazioni delle farmacie quando il paziente non ritira i farmaci prescritti potrebbe diventare uno strumento efficace».