Ora che il polverone sollevato dall’ultimo servizio di Dataroom – la rubrica del Corriere della Sera diretta da Milena Gabanelli – si sta diradando, vorrei tentare una lettura alternativa di ciò è successo per capire – come si dice di solito – “cosa c’è dietro”.
Innanzitutto ripercorriamo velocemente le “incursioni” della giornalista nel mondo della farmacia:
– Maggio 2024: il bersaglio è la farmacia dei servizi; si sostiene che con le ultime semplificazioni «le farmacie possono trasformarsi in ambulatori di prossimità dove è possibile fare una diagnosi e poi vendere il farmaco per quella diagnosi» e si fa notare che in Parlamento siedono quattro farmacisti e uno è sottosegretario alla Salute.
– Febbraio 2025: Dataroom torna sulla farmacia dei servizi avanzando forti dubbi sull’attendibilità dei Poct e ripropone l’immagine di una Federfarma «ben rappresentata in Parlamento e presso il ministero della Salute nella figura del sottosegretario Marcello Gemmato».
– Febbraio 2026: nel mirino di Gabanelli finiscono ora la spesa farmaceutica e le riclassificazioni da dpc a convenzionata. Gemmato, si legge, «ha modificato il sistema con cui vengono pagate le farmacie» e la nuova remunerazione incrementa i ricavi delle farmacie sui farmaci di minore costo ma dai volumi maggiori. Un dettaglio: nel servizio vengono messe a confronto vecchia e nuova remunerazione di tre diversi farmaci: nel primo caso (acido acetilsalicilico, prezzo al pubblico 1,41 euro) la differenza è favorevole alla farmacia che tra “prima” e “dopo” guadagna 86 centesimi; nel secondo e nel terzo (anastrozolo, 35,80 euro, e teriparatide, 308,51 euro) la farmacia ci perde, 8 e 21 euro rispettivamente.
–Maggio 2026. L’inchiesta di qualche giorno fa, che torna ad accusare le farmacie di prendere di più sui farmaci meno cari proprio grazie alla nuova remunerazione e al sottosegretario Gemmato, che è farmacista. Stranamente, nessun cenno all’evidenza di cui invece dava conto il servizio di pochi mesi prima, e cioè che la nuova remunerazione riconosce alle farmacie qualche centesimo in più sui farmaci meno costosi ma riduce il compenso sui farmaci di prezzo più elevato.
Ora, a parte indignarsi e rispondere, i farmacisti farebbero bene anche a chiedersi perché di questi ripetuti servizi, che a tutti gli effetti si configurano come una vera e propria campagna. Chi c’è nel mirino? La farmacia? l’Aifa?
Prima di avanzare la mia risposta, faccio notare alcuni dettagli. Primo, la Gabanelli non parla mai di tetti di spesa o di sfondamenti, perché sa che ovviamente qui andrebbe subito dalla parte del torto: la spesa che passa dalle farmacie rispetta largamente il budget, quindi non sono attaccabili con argomenti come questi. Ed ecco che allora i suoi affondi e i dati che propone mettono a confronto singole specialità e vecchia e nuova remunerazione. Con un solo obiettivo: dimostrare che oggi il Ssn spende più di prima.
Purtroppo, che sia vero o meno non è dato sapere: nessuno ha mai fornito dati in cui si mette a confronto la spesa convenzionata che sostiene il Ssn con la nuova remunerazione con quella che invece avrebbe sostenuto con la vecchia. È il motivo per cui Dataroom si limita a fare raffronti tra singole specialità, che ovviamente dicono tutto e il contrario di tutto. Però sono argomenti efficaci, e il motivo è molto semplice: la gente fa fatica ad apprezzare i grandi numeri, è molto più sensibile a cifre che può riportare alla realtà della sua spesa quotidiana (e questa è anche un’astuzia comunicativa su cui i farmacisti dovrebbero riflettere).
Resta da capire perché, nel giro di pochi mesi, Milena Gabanelli sia tornata a toccare il tasto della spesa farmaceutica convenzionata e a scagliarsi contro la remunerazione delle farmacie e la riclassificazione di alcune molecole dalla diretta-dpc alla convenziomnata. Forse è perché c’è chi questi cambiamenti fa fatica a digerirli?
Non si può fare a meno di pensare a certe Regioni, come Emilia Romagna, Umbria e Toscana (ma non solo). Non è un mistero che a queste amministrazioni riclassificazioni e nuova remunerazione siano scomode, perché stanno mettendo in crisi quel delicato (e precario) equilibrio che finora reggeva la spesa farmaceutica Ssn, come ha affermato di recente anche il ceo di Teva Italia, Umberto Comberiati, alla convention di Federfarma Catanzaro.
In che cosa consisteva questo equilibrio? Semplice, si comprime il più possibile la spesa convenzionata e con quanto risparmiato si copre lo sfondamento della spesa per acquisti diretti. Il giochetto è complicato e sfugge ancora ai più, eppure è proprio questo che spiegherebbe tanto livore nei confronti delle farmacie.
Per capirlo, questo giochetto, occorre innanzitutto tenere a mente un dettaglio: per una di quelle incongruenze legislative che caratterizzano il nostro Paese, il sistema di tetti e ripiani che regola la spesa farmaceutica pubblica in Italia è asimmetrico: se la spesa convenzionata sfonda, il ripiano è interamente a carico della filiera; se sfonda la spesa per acquisti diretti, lo sfondamento lo coprono “fifty-fifty” regioni e aziende farmaceutiche. Ma come – si dirà – se è così, le Regioni avrebbero più interesse a far sfondare la convenzionata, dove non devono ripianare, piuttosto che la diretta.
E invece no, e proprio questa è la gabola: il deficit della convenzionata, dice sempre la legge, è a carico della filiera soltanto se sfonda a livello nazionale; in caso contrario, pagano di tasca loro le regioni che vanno in rosso. Tutt’altro meccanismo per la spesa per acquisti diretti: gli sfondamenti si calcolano regione per regione e il 50% lo paga l’industria, a prescindere da cosa fa la spesa a livello nazionale.
Diventa allora evidente perché alcune regioni preferiscano sfondare solo sulla spesa diretta: hanno la certezza che comunque vada metà del rosso viene poi ripianato dalle aziende.
Qualche regione, poi, è riuscita a trasformare questa “asimmetria” normativa in un vero e proprio sistema che le permette di pareggiare (o addirittura chiudere in positivo) la spesa farmaceutica totale: comprimendo sino all’inverosimile la spesa convenzionata (in Toscana, Veneto ed Emilia Romagna si ferma al 5,5%, rispetto al tetto nazionale del 6,8%) alcune riescono a realizzare risparmi pari o addirittura superiori allo sfondamento della diretta a loro carico. Non ci credete? Prendete l’ultimo report dell’Aifa sulla spesa farmaceutica, guardate gli sfondamenti sugli acquisti diretti delle Regioni di cui sopra, divideteli a metà (come detto, solo il 50% del rosso è a carico del pubblico) e poi confrontate la cifra risultante con l’avanzo che quelle stesse regioni realizzano sulla spesa convenzionata.
Questo è il sistema, un sistema che nuova remunerazione e riclassificazioni hanno cominciato a far traballare. Quando Federfarma si è messa al lavoro per ottenere queste due riforme, pensava che una volta attuate le Regioni si sarebbero adeguate. La verità è che invece c’è e ci sarà ancora da combattere aspramente.
Poi ci sono gli errori di comunicazione. Sulla remunerazione è stridente il confronto con la Francia: dopo la riforma che prima di noi diede alle farmacie transalpine il sistema misto, sono stati pubblicati a cadenza annuale report che mettevano a confronto ricavi e marginalità delle farmacie con nuova e vecchia remunerazione. Invece da noi non è stato fatto.
Idem sulle riclassificazioni: si è detto che i cittadini avrebbero trovato i farmaci nella farmacia sotto casa, poi con il tempo qualcuno ha cominciato a dire “ma io li trovavo già sotto casa” (per forza, erano in dpc) e allora il “tone of voice” è scemato.