Non è vero che la spesa farmaceutica pubblica è fuori controllo. È da questo assunto che prende le mosse l’editoriale con cui l’Istituto Bruno Leoni, think tank torinese di studi economici, interviene nel dibattito apertosi negli ultimi giorni dopo il discusso servizio di Dataroom. Secondo il centro studi, le riclassificazioni attuate dal governo sono ragionevoli perché non incidono sui consumi dei medicinali, che continuano a dipendere dalle prescrizioni mediche. Tuttavia, l’episodio offre l’occasione per mettere a fuoco un limite più generale della governance sanitaria italiana, ossia l’idea che il contenimento della spesa debba avvenire “per silos”, senza una visione complessiva del funzionamento del sistema sanitario.
Da questa impostazione discende la logica dei tetti di spesa, che fissano per i farmaci una soglia attorno al 15% della spesa sanitaria complessiva. Per l’Istituto Bruno Leoni si tratta di un vincolo privo di una reale giustificazione economica. L’allocazione ottimale delle diverse voci di spesa, osserva l’editoriale, non può essere stabilita in modo rigido perché dipende da fattori esterni quali l’andamento demografico e il progresso tecnologico. Innovazioni terapeutiche e cambiamenti epidemiologici possono infatti rendere alcune cure più costose ma anche più efficaci, modificando l’equilibrio tra prevenzione, terapie farmacologiche e ricorso all’ospedalizzazione.
Se la logica dei tetti è discutibile, ancora più problematico appare il meccanismo del payback, che obbliga le aziende farmaceutiche a concorrere al ripiano degli eventuali sforamenti registrati dalle Regioni restituendo una quota dei ricavi ottenuti dalla vendita dei farmaci. Una soluzione introdotta in origine come misura emergenziale ma diventata nel tempo strutturale. Oggi, sostiene l’editoriale, questo sistema entra in tensione con i nuovi equilibri internazionali del mercato farmaceutico, soprattutto dopo la riforma della “Most Favored Nation” adottata negli Stati Uniti dal presidente Donald Trump, che collega i prezzi dei farmaci rimborsati dalla sanità americana alla media praticata in alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia. In questo contesto, osserva il think tank citando un’analisi di Paolo Belardinelli, il payback rischia di incidere direttamente sugli investimenti delle imprese farmaceutiche europee e sulla disponibilità dei farmaci innovativi nel continente.
Il punto centrale dell’editoriale resta però un altro: il dibattito sulla spesa farmaceutica partirebbe da un equivoco di fondo. I dati, infatti, non indicano alcuna deriva incontrollata. Nel periodo 2022-2024, secondo le rilevazioni Osmed, la spesa è cresciuta in media del 2,8% annuo, un ritmo inferiore all’inflazione, che nello stesso periodo si è attestata al 3,3%. Inoltre, circa lo 0,8% dell’aumento è attribuibile all’invecchiamento della popolazione. In rapporto al Pil, la spesa farmaceutica è rimasta sostanzialmente stabile attorno all’1,1%. «Non c’è quindi un’emergenza sulla spesa farmaceutica», osserva l’editoriale, che invita piuttosto a guardare alla sostenibilità complessiva del sistema sanitario.
Le vere sfide, secondo l’Istituto Bruno Leoni, sono legate a tendenze strutturali come il progressivo invecchiamento della popolazione, il calo demografico e l’aumento del costo delle cure dovuto al progresso tecnologico. Problemi che non possono essere affrontati con «l’aritmetica dei capitoli di bilancio» né con strumenti come il payback, giudicati utili forse nel breve periodo ma controproducenti nel lungo termine.
La conclusione dell’editoriale è che il nodo non riguarda tanto il livello della spesa farmaceutica quanto il modello di finanziamento e di governance del Servizio sanitario nazionale. Il sistema attuale si fonda infatti su un tetto contabile determinato annualmente dalla legge di bilancio, che in passato poteva avere una funzione di programmazione ma che oggi rischia di diventare un limite all’attivazione di risorse aggiuntive. Senza una riflessione più ampia sui grandi trend demografici ed economici, avverte il think tank, il confronto rischia di ridursi a uno scontro tra interessi contrapposti, «come i capponi di Renzo», mentre sarebbe necessario aprire il sistema sanitario a nuovi canali di finanziamento, tra cui quello assicurativo, e a modelli di governance più orientati alla qualità e alla competizione.