«Per stare al passo con il costo della vita servono certamente importi più consistenti» della proposta econpomica avanzata da Federfarma. È su questo nodo, quello del recupero del potere d’acquisto, che si concentra lo scontro tra sindacati confederali e Federfarma in vista dello sciopero nazionale dei dipendenti delle farmacie private programmato prossimo 13 aprile. A spiegarne le ragioni è Marianna Flauto, segretaria nazionale della Uiltucs, in un’intervista rilasciata a Il Diario del Lavoro.
Il contratto collettivo nazionale è scaduto il 31 agosto 2024 e, dopo mesi di mobilitazioni culminate nello sciopero del 6 novembre scorso il confronto si è arenato su distanze considerate ancora troppo ampie. Il punto più critico resta quello economico. «Prima dell’incontro ci avevano proposto un aumento di 120 euro, poi saliti a 180» spiega Flauto, che ricorda come la richiesta sindacale, calcolata sulla base dell’indice Ipca, sia invece di 360 euro sul primo livello, quello del farmacista collaboratore. Una forbice che, secondo il sindacato, riflette l’impatto dell’inflazione degli ultimi anni, assente invece nel precedente rinnovo del 2021, quando dopo otto anni di vacanza contrattuale si arrivò a un incremento di 80 euro.
Nel ragionamento della Uiltucs, il parametro di riferimento resta il confronto con altri rinnovi del terziario: nel triennio 2023-2025, ricorda Flauto, «siamo riusciti a contrattare in media 240 euro di aumento», mentre per i farmacisti delle parafarmacie della grande distribuzione organizzata, inquadrati al secondo livello del contratto commercio, l’incremento ha raggiunto «circa 350 euro lordi a regime». Un confronto che pesa nella piattaforma rivendicativa e che alimenta la richiesta di un adeguamento più consistente anche per le farmacie private.
A rendere ancora più teso il negoziato contribuiscono, secondo il sindacato, anche le modalità con cui Federfarma ha presentato le proprie proposte. Flauto parla esplicitamente di «un’operazione al limite del tollerabile», contestando la comunicazione di un aumento da 220 euro che, nei fatti, includerebbe voci non assimilabili al salario. «La loro proposta è 130 euro di aumento al primo livello, più 70 euro di indennità per i servizi e 20 euro di elemento di garanzia», precisa, sottolineando che queste ultime componenti non possono essere considerate a tutti gli effetti retribuzione. Anche le successive riformulazioni – 200 euro più 20 di elemento di garanzia – restano, secondo il sindacato, distanti dalla richiesta iniziale e non risolvono il problema di fondo.
Sul tavolo non c’è però soltanto il tema salariale. L’evoluzione della farmacia verso il modello della “farmacia dei servizi” introduce, secondo la Uiltucs, un ulteriore elemento di criticità che il contratto dovrebbe governare. L’estensione delle attività – dai vaccini agli esami diagnostici fino agli screening – comporta maggiori responsabilità, carichi di lavoro e rischi professionali. Per il sindacato, queste prestazioni dovrebbero essere oggetto di una regolazione contrattuale specifica, sia in termini di volontarietà sia di riconoscimento economico. «Non solo chiediamo un incremento salariale fisso, ma dobbiamo stabilire quali attività fanno parte del lavoro del farmacista e quali vanno remunerate in aggiunta», osserva Flauto.
In questo contesto si inserisce la decisione di tornare allo sciopero. Il 13 aprile, assicura Flauto, saranno garantiti i servizi essenziali, ma la mobilitazione punta a riportare al centro del confronto «la dignità e la professionalità» dei lavoratori del settore. Un segnale che, nelle intenzioni dei sindacati confederali, dovrebbe riaprire una trattativa finora segnata da posizioni distanti e da un clima di crescente tensione.