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Ospedali di comunità, da documento Agenas le incognite per la farmacia

9 Novembre 2022

Ci sono anche le persone «che necessitano di assistenza nella somministrazione di farmaci o nella gestione di presidi e dispositivi» tra le tipologie di pazienti cui si rivolgeranno gli Ospedali di comunità, le strutture di ricovero “leggere” che assieme a Case di comunità e Centri operativi territoriali dovrebbero formare la spina dorsale dell’assistenza sul territorio. È quanto si legge nel Documento di indirizzo che l’Agenas (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) ha pubblicato nei giorni scorsi per orientare le amministrazioni sanitarie nella programmazione e progettazione di questi ospedali.

Sono 400 le strutture pianificate dal Pnrr (per una spesa di un miliardo di euro) e, scrive l’Agenas, questi ospedali «sono strutture intermedie tra l’assistenza domiciliare e l’ospedale e hanno l’obiettivo di evitare ricoveri inappropriati supportando al meglio il processo di dimissione dalle strutture di ricovero, garantendo assistenza a pazienti con condizioni complesse, superando la specificità per singola patologia/condizione. Durante l’emergenza pandemica i pazienti affetti da covid-19 hanno occupato i molteplici poli ospedalieri, i cui reparti hanno rischiato il collasso, lasciando poco spazio per le cosiddette cure a bassa e media intensità (per cura a “media intensità” si intendono le degenze per acuti, le chirurgie e gli interventi materno-infantili. Le cure a “bassa intensità” riguardano, invece, le degenze post-acute e le prestazioni ambulatoriali e diurne)».

Gli Ospedali di comunità, in sostanza, accoglieranno i ricoveri di breve durata che necessitano di interventi di media e bassa intensità, saranno dotati di un’unità singola di degenza da 15-20 posti letto, espandibili fino a un massimo di due unità di degenza, per un totale di 40 posti letto, e sono concepiti come «strutture socioassistenziali per favorire la transizione dei pazienti dalle strutture ospedaliere per malattie acute al proprio domicilio, offrendo loro un luogo dove sostare per il percorso post-ricovero e per dare alle loro famiglie il tempo necessario all’organizzazione del rientro al domicilio».

In ogni caso, il ricovero presso l’Ospedale di comunità «deve avere una durata massima di 30 giorni e solo in casi eccezionali, motivati da situazioni cliniche non risolte, la degenza potrà prolungarsi ulteriormente». Queste strutture avranno «una connotazione a forte indirizzo infermieristico» e saranno utilizzati «sia per la presa in carico dei pazienti nelle fasi post-ricovero ospedaliero sia per tutti quei casi in cui c’è bisogno di una particolare assistenza vicino al domicilio del paziente».

La responsabilità igienico-sanitaria e clinica è in capo a un medico, la responsabilità organizzativa è invece affidata a un responsabile infermieristico. «In generale per ogni modulo di 20 posti letto dovrà essere garantita la presenza di 7-9 infermieri, 4-6 operatori socio-sanitari e un medico per 4,5 ore al giorno 6 giorni su 7.

Quattro le categorie di pazienti cui si rivolgeranno gli Ospedali di comunità: fragili e/o cronici, provenienti dal domicilio, per riacutizzazioni o insorgenze di un quadro imprevisto in cui il ricovero in ospedale risulti inappropriato; pazienti con multimorbidità, provenienti da struttura ospedaliera, clinicamente dimissibili per conclusione del percorso diagnostico terapeutico ospedaliero ma con condizioni richiedenti assistenza infermieristica continuativa; pazienti che necessitano di assistenza nella somministrazione di farmaci o nella gestione di presidi e dispositivi, che necessitano di interventi di affiancamento, educazione e addestramento del paziente e del caregiver prima del ritorno al domicilio; pazienti che necessitano di supporto riabilitativo-rieducativo.

Quanto alla sede, l’Ospedale di comunità può avere una collocazione propria, oppure essere ospitato in una Casa della comunità, o in strutture sanitarie polifunzionali o presso strutture residenziali sociosanitarie, Rsa oppure ospedaliere, «ma sempre riconducibile ai servizi ricompresi nell’assistenza territoriale distrettuale».

E le farmacie? Nel Documento dell’Agenas c’è un cenno fugace nel prospetto delle figure professionali coinvolte, dove si parla di un «referente dell’uso sicuro ed efficace dei farmaci contenuti nel programma terapeutico (interazioni farmacologiche, dosaggio, formulazione, farmacovigilanza; sostenibilità economica)». Ma non è chiaro se si tratti di un farmacista del Ssn o del territorio.

Poi c’è da capire da dove arriveranno i farmaci che l’Ospedale di comunità erogherà ai suoi ricoverati. Si tratta di pazienti che restano nell’ambito delle cure territoriali, dunque c’è la possibilità non remota che le forniture arriveranno dalla distribuzione diretta. Dunque, il paziente che per due settimane o più si sposta da casa all’Ospedale di comunità competente per territorio a causa di riacutizzazioni o complicanze, finisce per essere un paziente in meno per la farmaceutica convenzionata e uno in più per la diretta.