Ieri, 30 giugno, è scaduto uno dei principali traguardi della Missione Salute del Pnrr: quello relativo all’attivazione delle nuove Case di comunità, il perno della riforma dell’assistenza territoriale delineata dal Dm 77/2022. Sul piano infrastrutturale il bilancio appare nel complesso positivo, grazie anche alla rimodulazione del Piano e all’impiego di risorse aggiuntive nazionali e regionali, ma resta aperta la questione più delicata: quella della piena operatività delle strutture, ancora lontane dagli standard organizzativi previsti dalla riforma, soprattutto per quanto riguarda la presenza stabile di medici e infermieri.
Il percorso è stato tutt’altro che lineare. Il Pnrr prevedeva inizialmente la realizzazione di 1.350 Case di comunità, target ridotto nel 2023 a 1.038 strutture finanziate con le risorse europee. Parallelamente, però, Regioni e Province autonome hanno ampliato la programmazione fino a 1.715 sedi complessive, grazie ai Fondi di coesione, al Fondo opere indifferibili e a finanziamenti propri.
Alla vigilia della scadenza, il principale elemento di preoccupazione non riguardava tanto gli edifici quanto il personale. L’ultimo monitoraggio di Agenas, riferito al 31 dicembre 2025 e pubblicato a marzo, fotografava infatti 781 Case di comunità con almeno un servizio attivo, ma appena 66 pienamente operative secondo gli standard del Dm 77, ossia dotate contemporaneamente di tutti i servizi obbligatori e della presenza medica e infermieristica prevista. In particolare, solo 204 strutture disponevano della presenza medica richiesta e 216 di quella infermieristica, con una stima di oltre 2.500 medici e quasi 7.000 infermieri ancora mancanti.
Proprio per evitare che la carenza di personale compromettesse il raggiungimento degli obiettivi del Piano, negli ultimi giorni di giugno è arrivato il via libera definitivo all’accordo collettivo con i medici di medicina generale. L’intesa, approvata il 26 giugno in Conferenza Stato-Regioni, introduce per i medici già convenzionati che non abbiano completato il proprio monte ore l’obbligo di prestare fino a sei ore settimanali nelle Case di comunità, dal lunedì al venerdì tra le 8 e le 20, con un compenso di 38,72 euro l’ora. Un passaggio ritenuto decisivo per assicurare la presenza dei medici nelle nuove strutture e superare uno dei principali ostacoli all’attuazione della riforma.
Sul territorio nazionale il quadro rimane comunque molto disomogeneo. Diverse Regioni del Centro-Nord hanno ormai raggiunto o sfiorato il completamento della rete prevista. La Valle d’Aosta ha attivato tutte e quattro le Case di comunità programmate, così come Liguria, Alto Adige, Umbria e Lombardia (187). In Piemonte risultano operative 78 strutture sulle 91 previste, mentre Emilia-Romagna e Toscana viaggiano rispettivamente intorno all’80% e con 54 sedi già aperte, destinate a diventare 70 nelle prossime settimane. Anche il Lazio ha sostanzialmente centrato il target, con 115 Case completate sulle 122 previste, superando comunque il traguardo minimo concordato con il Ministero della Salute. Marche, Abruzzo e Basilicata presentano anch’esse livelli di avanzamento elevati.
Più complessa, invece, la situazione nel Mezzogiorno. In Campania sono operative 98 Case di comunità rispetto alle 171 programmate; in Puglia le strutture attive sono 42, con l’obiettivo di arrivare a breve a 78; in Calabria risultano completati i lavori di 48 sedi sulle 60 previste. Ancora più indietro la Sicilia, dove sono operative 54 Case di comunità su 146 programmate, mentre altre 27 hanno già concluso i lavori ma attendono l’attivazione dei servizi. Fa eccezione la Sardegna, che ha addirittura superato il target programmato, con 59 strutture operative a fronte delle 50 previste.
La sfida, dunque, si sposta ora dalla realizzazione degli edifici alla loro effettiva capacità di erogare servizi. Lo stesso monitoraggio Agenas evidenzia infatti che il vero indicatore di successo non sarà il numero delle sedi inaugurate, bensì la possibilità di garantire un’assistenza multidisciplinare continuativa, con équipe integrate di medici di medicina generale, infermieri, specialisti, professionisti sanitari e servizi sociosanitari, secondo il modello delineato dal Dm 77. Un modello sul quale Agenas continua a lavorare anche attraverso nuove linee di indirizzo dedicate all’organizzazione delle équipe multiprofessionali.
Per i farmacisti, chiamati dalla farmacia dei servizi a integrarsi sempre più strettamente con la medicina territoriale, il completamento della rete delle Case di comunità rappresenta uno dei passaggi decisivi per la costruzione del nuovo assetto dell’assistenza di prossimità previsto dal Pnrr. La scadenza del 30 giugno segna quindi un traguardo importante, ma non coincide ancora con il pieno decollo della riforma: il banco di prova sarà trasformare le strutture realizzate in presìdi realmente funzionanti, capaci di alleggerire la pressione sugli ospedali e offrire ai cittadini servizi sanitari continuativi e integrati.