Nelle future emergenze pandemiche le farmacie del territorio dovranno essere coinvolte prima, salvo ostacoli logistici od operativi chiari e documentati. È una delle indicazioni contenute nell’ultimo rapporto della Covid-19 Inquiry, la commissione d’inchiesta indipendente istituita nel Regno Unito per valutare la gestione della pandemia, pubblicato il 16 aprile e dedicato a vaccini e terapie. Secondo il documento, nelle fasi iniziali dell’emergenza Covid le farmacie britanniche sono state «sottoutilizzate», nonostante abbiano poi dimostrato di essere un presidio decisivo per portare le vaccinazioni vicino ai cittadini.
Il rapporto, riferisce il Pharmaceutical Journal, riconosce che nei primi mesi della campagna vaccinale pesarono vincoli reali: requisiti di conservazione e distribuzione dei vaccini, necessità di limitare gli sprechi e volontà di concentrare inizialmente le somministrazioni in grandi hub ad alta capacità. La posizione di Nhs England (Servizio sanitario inglese) era che una farmacia media praticasse circa 260 vaccinazioni antinfluenzali l’anno e potesse risultare meno efficiente, sui grandi numeri, rispetto ai centri maggiori.
Con il passare dei mesi, però, il quadro cambiò radicalmente. Entro la fine del 2021 in Inghilterra erano stati attivati 1.500 siti vaccinali guidati da farmacie di comunità, ai quali viene attribuito il 20% di tutte le vaccinazioni anti-Covid effettuate nel primo anno della campagna. Da qui la conclusione della commissione: «In una futura pandemia, i pianificatori della distribuzione dei vaccini dovrebbero utilizzare le farmacie di comunità in una fase più precoce». Una scelta che, osserva il rapporto, sarebbe particolarmente efficace nelle aree con minore adesione vaccinale, nei territori svantaggiati e dove gli spostamenti rappresentano una barriera all’accessibilità delle cure.
Il richiamo interessa da vicino anche il dibattito italiano sulla farmacia dei servizi. Il nodo non è soltanto aumentare i punti di somministrazione, ma sfruttare una rete già radicata nei quartieri e nei piccoli centri, capace di intercettare fasce di popolazione che più difficilmente raggiungono ospedali o hub dedicati. L’esperienza britannica suggerisce che la prossimità può diventare un fattore strategico di sanità pubblica, soprattutto quando rapidità e capillarità fanno la differenza.
Un altro capitolo del rapporto riguarda le coperture vaccinali e la disinformazione. La commissione rileva adesioni più basse tra alcune minoranze etniche e nelle aree economicamente più fragili. Per questo raccomanda campagne locali mirate di “myth busting”, cioè di contrasto attivo alle false credenze, costruite insieme alle comunità più esposte. Viene inoltre suggerito il ricorso al “pre-bunking”, ossia la confutazione precoce delle narrazioni false prima che si radichino nell’opinione pubblica.
Secondo i commissari, il lavoro sulla fiducia non può iniziare quando la nuova emergenza è già scoppiata. «Costruire fiducia con le comunità e ridurre l’esitazione vaccinale richiederà tempo», avverte il documento, sottolineando che rinviare una strategia più efficace potrebbe significare arrivare troppo tardi alla prossima crisi sanitaria.
Il rapporto propone infine la creazione di un panel permanente di esperti farmaceutici per la preparazione del Paese a future pandemie, oltre a interventi sul sistema di indennizzo per i danni da vaccino. E torna su un punto già emerso in una precedente relazione di marzo: in caso di nuove crisi sanitarie, le farmacie dovranno ricevere finanziamenti specifici anche per eventuali programmi di consegna dei medicinali a domicilio.