Quasi un americano su tre si è già rivolto a un chatbot basato sull’intelligenza artificiale per ottenere informazioni sulla propria salute. È quanto emerge da un recente sondaggio della Kff (Kaiser family foundation), organizzazione indipendente statunitense che si occupa di politiche sanitarie, che il Washington Post ha ripreso in un ampio reportage dedicato al crescente utilizzo di strumenti come ChatGPT, Claude, Gemini e Perplexity per quesiti di carattere medico.
La diffusione di questi strumenti sembra alimentata soprattutto dalle difficoltà di accesso alle cure. Secondo il sondaggio, due terzi degli utilizzatori indicano come principale motivo la possibilità di ricevere risposte immediate, mentre circa un quinto afferma di aver fatto ricorso all’intelligenza artificiale per la difficoltà di trovare un medico od ottenere una visita in tempi rapidi. Tra i giovani e le persone con redditi più bassi pesa anche il costo dell’assistenza sanitaria.
Il fenomeno, tuttavia, continua a suscitare forti perplessità nella comunità scientifica. Il Washington Post cita uno studio indipendente condotto da ricercatori della Icahn School of Medicine del Mount Sinai Hospital di New York, che ha valutato le prestazioni di ChatGPT Health in diversi scenari clinici. In più della metà dei casi riguardanti situazioni potenzialmente gravi, come insufficienza respiratoria imminente o complicanze diabetiche severe, il sistema non avrebbe raccomandato il ricorso immediato al pronto soccorso, limitandosi a suggerire il monitoraggio dei sintomi a domicilio.
«Possono sembrare plausibili, apparire completamente sicuri di sé ed essere allo stesso tempo completamente sbagliati» osserva Girish Nadkarni, professore di Medicina e tra gli autori della ricerca. Una criticità che, secondo gli esperti, deriva dalla natura stessa dei grandi modelli linguistici, progettati per generare risposte convincenti ma non necessariamente corrette dal punto di vista clinico.
Ciò non significa che questi strumenti siano privi di utilità. Diversi specialisti interpellati dal quotidiano statunitense ritengono che l’intelligenza artificiale possa rappresentare un valido supporto per comprendere referti, tradurre in linguaggio semplice termini tecnici, riassumere documentazione clinica o preparare domande da sottoporre al medico durante una visita.
Resta però fondamentale non confondere il supporto informativo con l’attività diagnostica. «Quando la posta in gioco è alta, bisogna sempre verificare con persone reali», avverte Jonathan Chen, docente di Medicina alla Stanford University.
Un altro aspetto che desta preoccupazione riguarda la privacy. Sempre più utenti caricano sui chatbot referti, cartelle cliniche e informazioni sanitarie dettagliate. Sebbene le principali piattaforme abbiano introdotto specifiche garanzie per il settore sanitario, alcuni ricercatori invitano a valutare con attenzione il trattamento e l’utilizzo di questi dati.
Il quadro che emerge è quindi duplice: da una parte l’intelligenza artificiale risponde a un bisogno reale di informazioni rapide e accessibili; dall’altra continua a presentare limiti che ne impediscono l’utilizzo come sostituto del medico. Un equilibrio delicato che probabilmente accompagnerà ancora a lungo l’integrazione dell’AI nei percorsi di cura e assistenza sanitaria.