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Fentanyl, l’Iss: il risperidone può causare falsi positivi nei test rapidi sulle urine

27 Ottobre 2026

I test rapidi sulle urine utilizzati per rilevare il fentanyl possono dare falsi positivi nei pazienti in trattamento con risperidone, un antipsicotico impiegato nella terapia della schizofrenia e di alcuni disturbi dell’umore. L’interferenza può verificarsi anche a concentrazioni del farmaco compatibili con il normale impiego terapeutico. È quanto emerge da uno studio condotto dal Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto superiore di sanità (Iss), pubblicato sulla rivista scientifica Clinical Chemistry and Laboratory Medicine e illustrato ieri dall’Istituto in una comunicazione sul proprio sito.

La ricerca è partita dall’osservazione di alcuni pazienti seguiti dai servizi di salute mentale che risultavano positivi al fentanyl dopo un test rapido sulle urine. Quando però gli stessi campioni venivano sottoposti ad analisi di laboratorio più specifiche, la presenza dell’oppioide sintetico non veniva confermata.

Per chiarire l’origine della discordanza, i ricercatori hanno effettuato ulteriori analisi, individuando nei campioni due medicinali: il risperidone, antipsicotico di seconda generazione utilizzato principalmente nel trattamento della schizofrenia e degli episodi maniacali del disturbo bipolare, e l’acido valproico, impiegato contro l’epilessia e alcuni disturbi dell’umore.

Gli studiosi hanno quindi riprodotto sperimentalmente le condizioni osservate, aggiungendo i due farmaci, separatamente e in combinazione, a campioni di urina che inizialmente non li contenevano. I test segnalavano erroneamente la presenza di fentanyl quando era presente il risperidone, sia da solo sia associato all’acido valproico. Quest’ultimo, invece, non produceva falsi positivi quando veniva analizzato isolatamente.

«Il fenomeno si chiama cross-reattività, ma il concetto è semplice: il test può confondere una sostanza con un’altra e segnalare una positività che, in realtà, non corrisponde alla presenza del fentanyl», spiegano Manuela Pellegrini e Annagiulia di Trana, ricercatrici del Centro nazionale Dipendenze e Doping e tra le autrici dello studio.

L’aspetto più rilevante, sottolineano le ricercatrici, è che l’interferenza è stata riscontrata anche a concentrazioni di risperidone compatibili con quelle presenti nelle urine di pazienti che assumono regolarmente il medicinale. Non si tratta, quindi, di un fenomeno limitato a dosaggi anomali o a condizioni di sovradosaggio.

I risultati richiamano l’attenzione sui limiti dei test rapidi, utilizzati come strumenti di screening preliminare. La loro rapidità di esecuzione rappresenta un vantaggio, ma una positività non equivale necessariamente alla conferma dell’assunzione della sostanza ricercata, soprattutto quando il paziente segue terapie farmacologiche potenzialmente interferenti.

Le conseguenze di un errore possono essere rilevanti anche sul piano assistenziale. «Un falso positivo può avere conseguenze importanti, soprattutto per una persona che assume regolarmente farmaci psichiatrici», avverte Simona Pichini, direttrice del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Iss. Un risultato errato, osserva, può alimentare sospetti ingiustificati sul consumo di stupefacenti, generare incomprensioni e condizionare le decisioni sanitarie.

Da qui la raccomandazione dell’Istituto: un test rapido positivo al fentanyl non deve essere considerato, da solo, una prova definitiva dell’assunzione dell’oppioide. Quando il risultato è inatteso, o può avere conseguenze significative per il paziente, occorre procedere con analisi di laboratorio più specifiche e affidabili. Una cautela che richiama anche l’importanza di conoscere le terapie farmacologiche in corso prima di interpretare gli esiti degli screening tossicologici.