Il furto delle 80 fiale di fentanyl dalla farmacia dell’ospedale Israelitico di Roma non deve alimentare timori ingiustificati nei confronti di un farmaco che, da oltre sessant’anni, rappresenta uno dei cardini dell’anestesia e della terapia del dolore. È il messaggio lanciato dalla Siaarti (Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva), che interviene dopo il caso di cronaca per distinguere con chiarezza l’episodio criminoso dall’impiego quotidiano del principio attivo negli ospedali e nei percorsi assistenziali.
La società scientifica ricorda innanzitutto che le fiale sottratte erano formulazioni endovenose destinate all’impiego intraoperatorio, custodite secondo specifici protocolli di sicurezza e tracciabilità, ben diversi da quelli che regolano le formulazioni utilizzate nella terapia del dolore cronico a domicilio.
«È fondamentale che l’opinione pubblica non faccia confusione tra due mondi completamente distinti» osserva la presidente della Siaarti, Elena Bignami. «All’interno dell’ospedale il fentanyl viene maneggiato in dosaggi minimi, calcolati al microgrammo, da personale specializzato, con il paziente costantemente monitorato in un ambiente protetto. È proprio questa cornice di controllo a rendere il farmaco sicuro». Diversa, aggiunge, è la situazione quando il principio attivo esce dai canali sanitari: «Il rischio non è più legato alla molecola, ma alla totale assenza di controllo su dose, purezza ed eventuali sostanze di taglio».
Secondo la Siaarti, la crescente attenzione mediatica suscitata dal furto rischia però di riaccendere quella “oppiofobia” che negli ultimi anni la comunità scientifica ha cercato di superare attraverso attività di formazione e informazione. Il frequente accostamento del fentanyl a episodi di cronaca nera, sequestri e traffici illeciti, osserva la società, può infatti indurre i pazienti a identificare erroneamente il farmaco con il pericolo o l’illegalità, mettendo in discussione terapie appropriate e consolidate.
Su questo punto insiste anche Flaminia Coluzzi, responsabile della sezione Siaarti Dolore oncologico e Cure palliative. «Ricordo bene il periodo in cui medici e pazienti guardavano a questi farmaci con un timore quasi ingiustificato» afferma. «Da allora molta strada è stata fatta: oggi sappiamo gestire queste molecole con sicurezza e accompagnare il paziente nella comprensione della propria terapia. Un fatto di cronaca, per quanto serio, non può farci tornare indietro». Per i pazienti affetti da dolore oncologico severo, ricorda la specialista, il fentanyl nelle formulazioni transdermiche o transmucosali prescritte dallo specialista rimane una delle opzioni terapeutiche più efficaci.
L’eventuale rinuncia alla terapia per paura delle notizie di cronaca potrebbe tradursi, avverte Coluzzi, in un peggior controllo del dolore, isolamento e riduzione della qualità di vita. Per questo ogni trattamento con oppioidi deve essere costruito insieme al paziente, con una valutazione personalizzata dei benefici e dei rischi, un monitoraggio costante e un confronto continuo su dubbi ed eventuali effetti indesiderati.
A richiamare l’attenzione sul tema della dipendenza è infine Silvia Natoli, responsabile dell’Area culturale Medicina del dolore e Cure palliative della Siaarti. «Quando il fentanyl viene prescritto per un dolore realmente presente e il paziente è seguito nel tempo da uno specialista, l’insorgenza di una dipendenza patologica è un evento estremamente raro» spiega. Inoltre, sottolinea, i cerotti a rilascio graduale utilizzati nel dolore cronico si prestano poco a un uso improprio rispetto ad altre formulazioni riservate a contesti clinici specifici.
Il vero problema dell’abuso, conclude Natoli, nasce quasi sempre dall’approvvigionamento al di fuori dei canali legali, dove mancano garanzie sulla qualità del prodotto e qualsiasi controllo sanitario.
La Siaarti conferma infine il proprio sostegno alle indagini sul furto e alle misure di rafforzamento dei controlli sulla custodia e sulla tracciabilità del fentanyl annunciate dalle istituzioni. Allo stesso tempo, invita pazienti e medici non specialisti a non modificare né interrompere autonomamente le terapie in corso e a rivolgersi sempre ai professionisti di riferimento, affinché un grave episodio di criminalità non diventi un ostacolo alla corretta cura del dolore.