Neanche il tempo di metabolizzare la notizia delle linee guida dell’Agenas che inseriscono il farmacista pubblico nelle équipe multiprofessionali delle Case di comunità, e per le farmacie del territorio già si profila all’orizzonte un’altra rivoluzione delle cure primarie. Nei giorni scorsi, infatti, il ministro della Salute Orazio Schillaci ha presentato alle Regioni la bozza di riforma della medicina generale sulla quale i tecnici del dicastero erano al lavoro da diversi mesi: un intervento che punta a ridisegnare ruolo, contratto e organizzazione dei medici di famiglia per rendere operative le Case di comunità finanziate dal Pnrr. Ed è una partita che interessa da vicino anche le farmacie, perché il rapporto quotidiano con i medici di medicina generale resta uno dei cardini dell’assistenza territoriale: prescrizioni, presa in carico dei cronici, aderenza terapeutica, campagne vaccinali e integrazione dei servizi passano ancora in larga misura da questa relazione.
Il cuore della proposta è il cosiddetto doppio canale. Da una parte resterebbe la convenzione con il Servizio sanitario nazionale, ma con regole aggiornate e obblighi organizzativi più stringenti; dall’altra si aprirebbe, su base volontaria, la possibilità di diventare dipendenti pubblici delle Asl, con inserimento stabile nelle Case di comunità. Il governo considera questa leva necessaria per evitare che le nuove strutture territoriali restino sottoutilizzate per carenza di personale medico. Secondo i dati richiamati nel dibattito pubblico, a fine 2025 risultavano attive 781 Case di comunità con almeno un servizio funzionante, a fronte di oltre 1.700 strutture programmate.
Accanto al nodo contrattuale cambia anche la logica della remunerazione. Oggi il compenso dei medici di famiglia è legato soprattutto al numero degli assistiti; nella nuova impostazione una quota crescente verrebbe collegata ad attività e risultati: presa in carico dei pazienti cronici e fragili, utilizzo del Fascicolo sanitario elettronico, presenza nelle Case di comunità, partecipazione ai progetti di rete e raggiungimento di obiettivi assistenziali. L’intento dichiarato è spostare il baricentro dall’ambulatorio individuale a un modello più integrato e multiprofessionale.
Ma il fronte della medicina generale è insorto. La Fimmg, sindacato maggioritario della categoria, parla di riforma «mai discussa con le categorie, inattuabile e pericolosa per i pazienti» e chiede un intervento diretto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Secondo il sindacato, il provvedimento rischierebbe di rendere meno attrattiva la professione, spingendo soprattutto i più giovani verso altri sbocchi e aggravando una carenza già seria di professionisti sul territorio. Le stime più citate indicano oltre 5.000 medici mancanti rispetto al fabbisogno nazionale.
Critiche severe anche dalla Fnomceo. Il presidente Filippo Anelli ha definito il progetto «inefficace, inutile e dannoso», sostenendo che il medico di famiglia oggi è il medico scelto dal cittadino e orientato alla tutela della persona, mentre il passaggio alla dipendenza rischierebbe di trasformarlo nel medico dell’organizzazione. Sullo sfondo restano poi altri dossier sensibili: la previdenza Enpam, le differenze tra accordi regionali e il timore che una riforma nazionale non tenga conto delle diverse realtà locali.