Come già anticipato nei giorni scorsi, prende forma il decreto legge con cui Governo e Regioni intendono accelerare l’operatività delle Case di comunità e riallineare l’assistenza territoriale agli obiettivi del Pnrr. Secondo quanto riporta Quotidiano Sanità, i tecnici regionali hanno definito un primo articolato che sarà esaminato a breve dagli assessori e quindi dai presidenti di Regione, prima dell’eventuale approdo in Consiglio dei ministri.
L’impianto conferma la scelta di un provvedimento d’urgenza più circoscritto rispetto al ddl complessivo: nel decreto entrerebbero le misure organizzative ritenute necessarie per rendere pienamente operative le strutture territoriali previste dal Pnrr e dal Dm 77, mentre la revisione complessiva della convenzione dei medici di medicina generale verrebbe rinviata al nuovo Accordo collettivo nazionale 2025-2027.
Tra i passaggi con ricadute più dirette sull’organizzazione dell’offerta territoriale — e quindi anche sull’interazione con le farmacie — figura il principio del doppio canale di accesso alla medicina generale. La convenzione resterebbe il canale ordinario, ma verrebbe affiancata dalla possibilità di ricorrere alla dipendenza per coprire gli incarichi vacanti. L’obiettivo operativo è garantire la presenza di professionisti nelle Case di comunità, riducendo le scoperture che oggi limitano l’effettiva erogazione dei servizi. In prospettiva, ciò implica una maggiore stabilità degli orari e dei presidi territoriali, con effetti sulla continuità assistenziale e sull’integrazione con i servizi già erogati in farmacia.
Sul piano organizzativo, il testo punta a una sostanziale equiparazione delle funzioni tra medici convenzionati e dipendenti, prevedendo per questi ultimi anche il rapporto fiduciario con l’assistito. Entrambe le figure verrebbero inserite in modelli multiprofessionali all’interno delle Case di comunità, rafforzando un assetto che prevede alternanza tra attività nella struttura territoriale e attività nello studio individuale. È questo uno degli elementi più rilevanti per la rete delle farmacie, perché definisce tempi e modalità di presenza dei medici sul territorio e quindi l’accessibilità ai servizi clinici e prescrittivi.
Altro nodo è quello del debito orario standard nazionale. L’articolato prevede un impegno di sei ore settimanali per 48 settimane l’anno nelle Case di comunità per una parte dei medici di assistenza primaria e per i pediatri di libera scelta, in aggiunta agli obblighi già previsti dall’attuale convenzione. La misura mira a garantire una presenza minima strutturata all’interno delle Case, con un impatto diretto sull’organizzazione delle agende e sulla distribuzione delle attività tra studio e struttura. Per le farmacie, che negli ultimi anni hanno ampliato il perimetro dei servizi (dalla telemedicina agli screening), si tratta di un elemento che può incidere sulla gestione dei flussi e sulla collaborazione operativa con i medici.
Nel decreto dovrebbe trovare spazio anche una revisione della remunerazione, orientata a un sistema più legato agli obiettivi, sulla scia della proposta già contenuta nel cosiddetto “dl Schillaci”. Il punto resta critico per le Regioni, soprattutto per la richiesta di mantenere l’invarianza della spesa a fronte di un ampliamento delle attività e dei vincoli organizzativi. Sempre sul versante regolatorio, è previsto un meccanismo di salvaguardia che farebbe scattare automaticamente l’Accordo nazionale entro sei mesi in assenza di accordi regionali, con l’obiettivo di evitare stalli nell’attuazione.
Resta fuori dal decreto, almeno in questa fase, la riforma complessiva della formazione e del rapporto di lavoro, che verrebbe demandata a un successivo intervento normativo e alla negoziazione dell’ACN. Sul tavolo restano inoltre le criticità legate alla compatibilità con gli accordi integrativi regionali e ai tempi di attuazione rispetto alle scadenze del Pnrr.
Sul fronte sindacale, la Fimmg ha dichiarato lo stato di agitazione, denunciando «l’assenza totale di confronto preventivo» sul decreto e contestando in particolare l’ipotesi di rafforzare il canale della dipendenza. Il sindacato parla di rischio per l’assetto dell’assistenza primaria e si riserva, esaurite le procedure di raffreddamento, «ogni legittima forma di protesta, fino alla proclamazione di scioperi».