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Big Pharma, lettera aperta all’Europa: misure per sostenere innovazione

23 Settembre 2026

Nove tra i maggiori gruppi farmaceutici europei chiedono all’Unione europea e ai governi nazionali di aumentare gli investimenti in medicinali innovativi, accelerare gli studi clinici e rafforzare la tutela della proprietà intellettuale, per evitare che il continente perda ulteriore terreno nei confronti di Stati Uniti e Cina. L’appello arriva da una lettera aperta pubblicata martedì 22 settembre e sottoscritta dai presidenti di AstraZeneca, Boehringer Ingelheim, Chiesi, Ipsen, GSK, Novo Nordisk, Novartis, Roche e Sanofi.

Tra i firmatari figura anche Maria Paola Chiesi, presidente del gruppo italiano, assieme a Michel Demaré di AstraZeneca, Hubertus von Baumbach di Boehringer Ingelheim, Marc de Garidel di Ipsen, Jonathan Symonds di GSK, Lars Rebien Sørensen di Novo Nordisk, Giovanni Caforio di Novartis, Severin Schwan di Roche e Frédéric Oudéa di Sanofi. La lettera è indirizzata più in generale ai decisori europei e ai governi nazionali: a Bruxelles viene chiesto soprattutto di creare un quadro più favorevole alla ricerca e agli investimenti, mentre agli Stati membri spettano, ricordano i firmatari, le decisioni su finanziamento della sanità, valutazione e rimborso dei nuovi farmaci.

«In Europa stanno suonando i campanelli d’allarme», avvertono i nove presidenti richiamando le parole di Mario Draghi sul rischio di una «lenta agonia» per i settori strategici del continente. Negli ultimi due anni, ricordano, negli Stati Uniti e in Cina sono stati annunciati oltre 600 miliardi di dollari, circa 510 miliardi di euro, di investimenti farmaceutici. Nel frattempo la quota europea della ricerca e sviluppo farmaceutica mondiale è scesa dal 43% del 1990 al 31% attuale, mentre nell’ultimo decennio il peso del continente negli studi clinici commerciali si è dimezzato, fermandosi al 9%. La Cina ha ormai superato l’Europa per studi clinici, brevetti farmaceutici e sviluppo di nuovi medicinali.

Il divario, secondo le aziende, riguarda anche l’accesso all’innovazione. Circa il 40% delle nuove terapie approvate non arriva ai pazienti europei e, quando arriva, l’attesa sfiora in media i 600 giorni. Alla base ci sarebbero anche livelli di investimento insufficienti: l’Europa destina ai farmaci circa l’1% del Pil, contro il 2% degli Stati Uniti e l’1,8% della Cina.

Da qui le richieste rivolte all’Unione: velocizzare gli studi clinici, tutelare la proprietà intellettuale, adottare politiche digitali favorevoli all’innovazione e concedere maggiore flessibilità fiscale agli Stati che investono nella sanità e nei medicinali innovativi. Ma «l’azione dell’Ue da sola non basta», sottolineano i firmatari: sono i governi nazionali a decidere quanto destinare alla sanità, con quali tempi valutare e finanziare i nuovi medicinali e come modernizzare i sistemi assistenziali.

L’industria chiede quindi di cambiare anche l’approccio alla spesa farmaceutica, considerando i medicinali innovativi non soltanto come un costo da contenere ma come un investimento. Secondo la lettera, chiudere soltanto il divario con Stati Uniti e Cina negli studi clinici potrebbe generare in Europa 53 miliardi di euro e 82mila posti di lavoro. «Come la difesa o l’energia», concludono i nove presidenti, «i medicinali moderni dovrebbero essere considerati un’infrastruttura vitale».