Prodotti che avrebbero dovuto essere ritirati dal commercio sono rimasti sugli scaffali di alcune farmacie anche dopo gli avvisi di richiamo, a causa di ritardi nelle comunicazioni, informazioni frammentate e procedure di ritiro giudicate poco affidabili. È una delle conclusioni cui è arrivata in Francia la missione parlamentare che ha indagato sul caso dei latti infantili contaminati da cereulide, tossina prodotta dal batterio Bacillus cereus che nei neonati può provocare disturbi gastrointestinali anche gravi. La vicenda, che nei primi mesi del 2026 ha coinvolto diversi produttori europei e generato richiami in decine di Paesi, ha avuto riflessi anche in Italia, dove le autorità hanno disposto controlli nelle farmacie e nelle parafarmacie.
A riferire i contenuti dell’indagine è il giornale francese Le Quotidien du pharmacien, che riporta come i parlamentari abbiano individuato una serie di «disfunzioni nel sistema dei richiami», a partire dal ritardo e dalla frammentazione delle informazioni trasmesse agli operatori sanitari e ai distributori. Secondo i relatori della commissione, le raccomandazioni sanitarie sono inoltre cambiate nel corso delle settimane, creando ulteriore confusione nella gestione dei ritiri.
L’inchiesta parlamentare è stata avviata dopo i richiami che tra dicembre 2025 e gennaio 2026 hanno interessato latte in polvere commercializzato da gruppi come Nestlé, Lactalis e successivamente altri produttori europei. La contaminazione è stata collegata alla presenza di cereulide in alcuni ingredienti utilizzati nella formulazione dei prodotti destinati ai neonati. In Francia il ministero della Salute aveva parlato di decine di segnalazioni e di alcuni ricoveri sospetti, mentre Foodwatch aveva denunciato ritardi e carenze nell’applicazione del principio di precauzione.
Uno degli aspetti su cui si è concentrata la commissione riguarda proprio la catena di trasmissione degli allerta. Secondo quanto emerge dall’indagine, le informazioni sui lotti da ritirare non sarebbero arrivate in modo uniforme ai diversi canali distributivi e in alcuni casi le procedure interne delle farmacie non avrebbero impedito il mantenimento in vendita dei prodotti richiamati. Il Quotidien du pharmacien riferisce che alcuni prodotti «hanno continuato a essere distribuiti», elemento che per i parlamentari dimostrerebbe limiti strutturali nel sistema di gestione dei richiami.
Indicazioni simili erano già emerse dai controlli effettuati in Francia dalla Direction générale de l’alimentation (Dgal), che a gennaio aveva verificato l’effettiva applicazione dei ritiri nelle officine. Su un primo campione limitato di farmacie, il 23% dei controlli era risultato non conforme e nel 10% delle strutture ispezionate erano ancora presenti sugli scaffali prodotti oggetto di richiamo. Le autorità francesi avevano inoltre segnalato «défaillances» nell’applicazione delle misure di ritiro anche attraverso segnalazioni provenienti dai consumatori.
Per questo motivo la Dgal aveva ricordato ai farmacisti l’obbligo di procedere al ritiro immediato dei lotti interessati, impedire la loro rimessa in vendita ed esporre gli avvisi di richiamo anche online nel caso di e-commerce. Le stesse comunicazioni invitavano le farmacie a trasmettere tempestivamente l’allerta nel caso di cessione dei prodotti ad altri professionisti sanitari.
La missione parlamentare francese dovrebbe ora tradurre le evidenze raccolte in una serie di raccomandazioni rivolte sia alle autorità sanitarie sia agli operatori della filiera, con particolare attenzione alla rapidità delle comunicazioni, all’uniformità delle procedure di richiamo e alla tracciabilità dei prodotti destinati alla prima infanzia.