Se tutte le regioni italiane in cui la penetrazione dei farmaci equivalenti è inferiore al 46% raggiungessero questa soglia, i cittadini risparmierebbero ogni anno circa 203 milioni di euro sulla differenza di prezzo pagata per acquistare medicinali di marca anziché generici. È la stima contenuta nel policy paper «Farmaci equivalenti per l’equità e la sostenibilità delle cure in Italia. Focus Lombardia», realizzato dall’Istituto per la Competitività (I-Com) con il sostegno di Sandoz e presentato al Consiglio regionale lombardo. Il documento, terza tappa di un percorso di approfondimento che ha già interessato Sicilia e Sardegna, prende in esame una delle regioni italiane più virtuose nell’utilizzo degli equivalenti per individuare pratiche e interventi replicabili nel resto del Paese.
Il punto di partenza è un mercato nazionale nel quale gli equivalenti continuano a guadagnare terreno, ma restano ancora lontani dai livelli europei. Nel 2025 hanno rappresentato il 23,9% delle confezioni vendute in farmacia e il 15,7% del valore complessivo. Considerando soltanto i medicinali di classe A rimborsati dal Servizio sanitario nazionale, la quota sale al 33,3% delle confezioni e al 29,1% della spesa netta. Permangono tuttavia forti differenze territoriali: al Nord gli equivalenti rappresentano il 41,4% delle confezioni rimborsate, al Centro il 30,1% e al Sud appena il 24,8%.
La Lombardia si colloca nettamente sopra la media nazionale, con una penetrazione del 43,5% in confezioni, superiore di 10,2 punti percentuali al dato italiano, e del 33,5% in valore. A questo maggiore utilizzo corrisponde anche una minore compartecipazione dei cittadini alla spesa per i farmaci a brevetto scaduto. Nella regione la differenza di prezzo versata per scegliere un medicinale più costoso rispetto a quello rimborsato dal Ssn rappresenta il 9,7% del mercato dei farmaci rimborsati in farmacia, l’incidenza più bassa d’Italia. In termini pro capite, la spesa aggiuntiva è di 13,97 euro l’anno, contro i 17,71 euro della media nazionale.
Il fenomeno assume dimensioni rilevanti su scala nazionale: nel 2025 gli italiani hanno versato oltre un miliardo di euro per ritirare medicinali con un prezzo superiore a quello di riferimento. Secondo la simulazione elaborata da I-Com sui dati del 2024, portare al 46% la quota di equivalenti nelle regioni che ancora non raggiungono tale livello consentirebbe di ridurre questa spesa di circa 203 milioni di euro all’anno. Un ulteriore margine di miglioramento riguarda la stessa Lombardia: se la penetrazione degli equivalenti raggiungesse il 51%, valore assunto dallo studio come riferimento europeo, il risparmio per i cittadini lombardi potrebbe arrivare a circa 18 milioni di euro annui. Gli autori invitano tuttavia alla cautela nel confronto internazionale, perché gli indicatori utilizzati per misurare i diversi mercati non sono perfettamente omogenei.
«La Lombardia è una delle regioni in cui il consumo di farmaci equivalenti è tra i più alti in Italia ed è a tutti gli effetti un caso studio molto interessante», osserva Thomas Osborn, direttore dell’Area Salute di I-Com. L’esperienza lombarda, spiega, consente di individuare politiche regionali e iniziative territoriali che negli anni hanno favorito il ricorso agli equivalenti e che potrebbero essere riproposte altrove.
Il documento dedica particolare attenzione alle ragioni che continuano a frenare la diffusione degli equivalenti, nonostante la loro equivalenza terapeutica con i medicinali di riferimento e il vantaggio economico. Secondo le indagini richiamate da I-Com, il 70% degli intervistati dichiara di conoscere bene questi farmaci, ma soltanto il 45% afferma di preferirli al momento dell’acquisto. Tra le principali resistenze figurano l’abitudine al prodotto di marca e i dubbi sulla qualità e sull’efficacia. Lo studio evidenzia inoltre un’associazione tra redditi regionali più bassi e maggiore spesa per la differenza di prezzo, segnalando come il solo incentivo economico non sia sufficiente a modificare i comportamenti.
Da qui la necessità di coinvolgere maggiormente medici di medicina generale e farmacisti nell’informazione ai pazienti. Durante il confronto organizzato in occasione della presentazione del paper, Anna Carla Pozzi, segretaria regionale della Fimmg Lombardia, ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà che la diversità delle confezioni può creare ai pazienti, soprattutto quando assumono più medicinali. Tra le proposte emerse, una maggiore uniformità del confezionamento per principio attivo e verifiche periodiche delle terapie assunte. Massimiliano Franco, segretario regionale della Simg Lombardia, ha invece suggerito di monitorare la frequenza con cui i medici inseriscono nelle ricette dematerializzate la clausola di non sostituibilità, così da individuare eventuali resistenze prescrittive.
Tra gli strumenti ipotizzati dal documento figurano anche sistemi digitali capaci di segnalare al medico, durante la prescrizione, la disponibilità di alternative equivalenti meno costose. Sul versante della comunicazione, I-Com propone iniziative coordinate tra istituzioni, medicina generale, specialisti, farmacie e associazioni del territorio. Una prospettiva condivisa anche da Sara Santagostino, rappresentante del Dipartimento Welfare di comunità di Anci Lombardia, che ha sottolineato l’opportunità di coinvolgere gli enti del Terzo settore nelle attività di sensibilizzazione.
L’obiettivo, conclude I-Com, è trasformare la maggiore diffusione degli equivalenti in uno strumento di equità nell’accesso alle cure e di sostenibilità del sistema sanitario. Resta però una distinzione importante: i 203 milioni stimati dallo studio rappresentano un potenziale risparmio sulla spesa direttamente sostenuta dai cittadini, non risorse che entrerebbero automaticamente nella disponibilità del Ssn. Perché i benefici economici possano tradursi anche in maggiori investimenti pubblici nella prevenzione e nell’innovazione terapeutica, sarebbero necessari ulteriori interventi di governance e programmazione sanitaria.