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L’Efpia avverte: da politiche Usa rischi per disponibilità farmaci in Europa

2 Ottobre 2026

Le politiche dell’amministrazione Trump sui farmaci rischiano di produrre effetti ben oltre i confini degli Stati Uniti, mettendo sotto pressione l’accesso alle nuove terapie in Europa e aggiungendo un ulteriore fattore di instabilità a catene di approvvigionamento già fragili. A lanciare l’allarme sono l’industria farmaceutica europea e, da ultimo, la stessa Aifa, che nel dossier sulle carenze pubblicato a fine settembre dedica un passaggio alle possibili conseguenze del Most favoured nation (Mfn), il meccanismo con cui Washington punta a ridurre i prezzi statunitensi agganciandoli a quelli praticati nei Paesi sviluppati.

Come ricorda La Stampa, il provvedimento risale all’ordine esecutivo firmato da Donald Trump il 12 maggio 2025. L’obiettivo dichiarato dalla Casa Bianca è avvicinare i prezzi americani, oggi sensibilmente superiori a quelli degli altri Paesi avanzati, ai livelli internazionali. Secondo Aifa, il panel preso a riferimento comprende Regno Unito, Francia, Germania, Canada, Giappone, Danimarca, Svizzera e Italia. Il rischio per questi mercati è intuitivo: se un prezzo basso ottenuto in Europa finisce per comprimere anche quello applicabile negli Stati Uniti, di gran lunga il mercato più redditizio, le aziende possono avere interesse a ritardare il lancio del medicinale nei Paesi utilizzati come riferimento oppure a irrigidire le trattative sul prezzo. Aifa avverte perciò che il Mfn potrebbe «turbare i mercati europei, compreso quello italiano, esponendoli a rischio di carenze».

I primi segnali vengono monitorati dall’European federation of pharmaceutical industries and associations (Efpia). Il Regulatory Approval Indicator della federazione mostra che la quota dei nuovi principi attivi approvati annualmente dalla Food and drug administration (Fda) statunitense che risultano approvati anche dall’European medicines agency (Ema) è passata dal 77% per la coorte 2021 al 38% per quella 2025. Efpia segnala inoltre una flessione particolarmente marcata dall’ottobre scorso. Il dato va però interpretato con cautela: la stessa federazione precisa che le coorti più recenti hanno avuto meno tempo per ottenere l’autorizzazione europea e che differenze regolatorie e tempi delle procedure incidono sul confronto. È quindi prematuro attribuire il fenomeno al Mfn.

La tendenza si innesta però su un problema già esistente. Il Patients W.a.i.t. Indicator 2026 di Efpia, relativo a 168 medicinali innovativi autorizzati tra il 2021 e il 2024, calcola in Europa un tempo mediano di 532 giorni tra autorizzazione e disponibilità, con fortissime differenze nazionali: dai 56 giorni della Germania ai 1.201 della Romania. Efpia teme che il Mfn possa ampliare ulteriormente il divario, in un mercato nel quale gli Stati Uniti rappresentano, secondo la federazione, il 74,1% delle vendite mondiali di nuovi principi attivi contro il 15,6% dell’Europa.

A questa pressione si aggiunge quella commerciale. L’accordo Ue-Usa ha fissato al 15% il tetto ai dazi statunitensi sulla maggior parte delle esportazioni europee, farmaci innovativi compresi, mentre generici, principi attivi e precursori chimici beneficiano di un regime a dazio zero o quasi zero. Efpia ha giudicato il risultato tutt’altro che ottimale, avvertendo che eventuali tariffe sui medicinali possono incidere sulle catene di fornitura, sugli investimenti in ricerca e sviluppo e, in ultima analisi, sull’accesso dei pazienti.

Il rischio non va confuso con l’attuale fenomeno delle carenze in Italia. A settembre Aifa censiva meno di 2.600 medicinali carenti, ma quasi 2.000 dispongono di equivalenti o alternative terapeutiche; per circa 600 confezioni, corrispondenti a 280 principi attivi, è prevista la possibilità di importazione e soltanto una ventina viene effettivamente importata dalle strutture sanitarie. Non c’è dunque, secondo l’Agenzia, un’emergenza in corso.

C’è invece una vulnerabilità strutturale sulla quale le nuove tensioni transatlantiche rischiano di innestarsi. Secondo la Commissione europea, circa il 75% dei siti produttivi di principi attivi chimici utilizzati nell’Unione si trova fuori dall’Ue, con India e Cina in posizione dominante. È anche per ridurre questa dipendenza che Bruxelles ha varato il Critical Medicines Act, che punta a sostenere progetti produttivi strategici europei, diversificare gli approvvigionamenti e introdurre negli acquisti pubblici criteri di resilienza accanto a quello del prezzo. La partita aperta dalle politiche di Trump, dunque, si gioca su due fronti: evitare che l’Europa perda terreno nell’accesso ai nuovi farmaci e, contemporaneamente, ricostruire una capacità produttiva sufficiente a rendere meno vulnerabili le forniture di quelli essenziali.