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Famiglia Cristiana: Case di comunità, solo in 70 tutti i servizi previsti

25 Luglio 2026

A un anno dall’entrata nella fase decisiva del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), le Case di comunità mostrano un quadro fatto di luci e ombre. Delle circa 800 strutture realizzate finora – a fronte dell’obiettivo di 1.038 fissato dal Pnrr – soltanto una settantina sarebbe oggi in grado di assicurare l’intera gamma di servizi prevista dal modello organizzativo, mentre nella grande maggioranza dei casi l’offerta risulta ancora parziale o limitata. È il quadro che emerge dall’inchiesta pubblicata da Famiglia Cristiana, che analizza lo stato di attuazione di uno dei pilastri della riforma dell’assistenza territoriale.

L’indagine raccoglie le valutazioni di rappresentanti del mondo sanitario, dei sindacati medici e delle organizzazioni impegnate nella sanità di comunità, affiancandole alle esperienze di alcune strutture considerate esempi virtuosi. Ne emerge un giudizio sostanzialmente condiviso: gli investimenti del Pnrr hanno consentito di costruire o riqualificare gli edifici, ma la vera criticità resta il personale necessario per renderli pienamente operativi.

A fotografare la situazione è Mario Braga, vicepresidente di Medici nel mondo Italia: delle circa 800 Case di comunità già realizzate, «si parla di circa una settantina che garantiscono tutti i servizi previsti e sono quasi tutte concentrate al Nord. Nelle restanti si fa poco o nulla». Una situazione che, osserva, non sorprende se si considera che le risorse del Pnrr possono essere destinate a strutture, attrezzature e tecnologie, ma non all’assunzione del personale.

Il nodo degli organici è infatti indicato come il principale ostacolo alla piena attuazione del progetto. Pina Onotri, segretario generale dello Smi (Sindacato medici italiani), spiega al settimanale che oggi nelle Case di comunità convivono figure professionali diverse, con ruoli spesso poco definiti: i nuovi medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale, gli ex medici di continuità assistenziale impiegati nei turni diurni e i medici di medicina generale chiamati a garantire fino a sei ore settimanali di attività nelle nuove strutture. A questo si aggiunge la cronica carenza di infermieri: secondo le stime richiamate dall’inchiesta, a fronte di un deficit nazionale di circa 60 mila professionisti, almeno 10 mila sarebbero quelli mancanti proprio nelle Case di comunità.

L’inchiesta affronta anche il tema delle risorse economiche necessarie per consolidare la riforma. Se il Pnrr ha finanziato la realizzazione delle infrastrutture, osserva il settimanale, il funzionamento quotidiano richiede stanziamenti strutturali per personale e servizi. Da qui l’interrogativo posto da Famiglia Cristiana sulla capacità del sistema di sostenere nel tempo il progetto, in una fase in cui il dibattito politico è concentrato anche sull’aumento delle spese per la difesa.

Accanto alle criticità, il reportage evidenzia però alcune esperienze considerate modelli di riferimento. A Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, una delle poche Case di comunità che ha raggiunto gli standard previsti dal Pnrr offre già un’integrazione tra servizi sanitari e sociosanitari, con assistenti sociali, specialisti, psicologhe e consultorio. Tra le iniziative più recenti figura anche il «Cold spot», uno spazio climatizzato con assistenza medica e infermieristica dedicato alle persone colpite dal caldo estremo.

Un’altra esperienza positiva arriva da Monte Sant’Angelo, in Puglia, dove la Casa di comunità registra oltre cento accessi quotidiani. Secondo la direttrice del distretto sociosanitario di Manfredonia, Carmela Fiore, la struttura sta progressivamente diventando «il cuore pulsante del sistema sanitario territoriale», mentre cresce la conoscenza, da parte dei cittadini, dei servizi disponibili.