Il ddl delega sulla riforma delle professioni sanitarie riscuote parere positivo dall’Autorità garante della concorrenza, ma con l’invito a evitare che futuri decreti attuativi introducano nuove restrizioni all’accesso o all’esercizio delle professioni. È quanto emerge dalla relazione che l’Antitrust ha inviato al ministero della Giustizia e pubblicato ieri sul Bollettino dell’Autorità, nella quale si riconoscono gli obiettivi di modernizzazione cui tende la riforma ma si formulano una serie di rilievi su equo compenso, specializzazioni, formazione continua e ruolo degli Ordini professionali.
L’Autorità ricorda innanzitutto che le norme delegate dovranno rispettare i principi europei di necessità e proporzionalità. Per questo, osserva, «i provvedimenti attuativi (…) si conformino ai principi di necessità e proporzionalità, traducendosi in soluzioni normative adeguatamente giustificate, non discriminatorie e coerenti con gli obiettivi di interesse generale sottesi alla riforma».
Equo compenso, no a un ritorno delle tariffe minime
Il rilievo più articolato riguarda la disciplina dell’equo compenso. Il ddl stabilisce che il compenso professionale, pur restando liberamente pattuito, debba comunque garantire un equo compenso e demanda a decreti ministeriali la definizione dei parametri economici per ciascun Ordine.
Secondo l’Agcm, una formulazione di questo tipo finirebbe però per estendere la disciplina dell’equo compenso ben oltre quanto previsto dalla legge vigente, che la limita ai rapporti con i grandi committenti, come pubbliche amministrazioni, banche, assicurazioni e grandi imprese. Il rischio, avverte l’Autorità, è quello di «tradursi nella reintroduzione di minimi tariffari obbligatori», comprimendo la libertà negoziale e riducendo la concorrenza tra professionisti.
Per questa ragione il Garante propone di eliminare dal testo del ddl l’inciso che impone di garantire «comunque un equo compenso» e di precisare che i parametri ministeriali mantengano esclusivamente una funzione orientativa o suppletiva, applicabile nei casi già previsti dall’ordinamento e non come riferimento generale per tutti i rapporti professionali.
Specializzazioni aperte anche all’esperienza professionale
Un secondo capitolo riguarda la disciplina delle specializzazioni. L’Autorità condivide l’obiettivo di valorizzare competenze specialistiche meglio identificabili dagli utenti, ma ritiene che il conseguimento del titolo non debba dipendere soltanto dalla frequenza di corsi organizzati dagli Ordini.
Nel parere si suggerisce infatti di riconoscere anche la «comprovata esperienza professionale acquisita sul campo», purché valutata secondo criteri «certi, oggettivi, trasparenti e non discriminatori». In questo modo, osserva l’Agcm, si eviterebbe di creare sistemi chiusi che limitino inutilmente l’accesso alle qualifiche specialistiche.
Formazione continua, mercato aperto agli enti qualificati
Analoga impostazione viene adottata per la formazione continua. L’Autorità condivide l’introduzione di percorsi di aggiornamento sulle nuove tecnologie e sull’intelligenza artificiale, ma invita il legislatore a evitare che il mercato della formazione venga riservato di fatto agli Ordini professionali o agli organismi a essi collegati.
La disciplina attuativa, sottolinea il parere, dovrà garantire «criteri trasparenti, oggettivi e non discriminatori per l’accreditamento degli enti formatori», evitando «indebite riserve o posizioni privilegiate» e assicurando la più ampia partecipazione degli operatori qualificati. Anche gli obblighi formativi dovranno risultare proporzionati alle caratteristiche delle diverse professioni.
Ordini professionali, attenzione ai poteri regolatori
L’ultimo rilievo riguarda il ruolo dei Consigli nazionali degli Ordini. L’Agcm osserva che il ddl attribuisce loro un ruolo significativo nell’adozione delle norme attuative e richiama l’esigenza di mantenere una netta distinzione tra la regolazione pubblica delle professioni e gli interessi delle categorie rappresentate.
L’attribuzione di poteri regolatori a organismi composti dagli stessi professionisti che operano sul mercato, avverte l’Autorità, potrebbe infatti favorire «restrizioni non necessarie o non proporzionate» oppure consolidare assetti esistenti limitando l’ingresso di nuovi operatori. Per questo il Garante chiede che l’eventuale esercizio di tali poteri sia accompagnato da adeguate garanzie di trasparenza, consultazione pubblica, vigilanza ministeriale e verifica di proporzionalità. Analoghe cautele vengono suggerite anche per la futura disciplina dei consigli di disciplina, rispetto ai quali il parere richiama l’esigenza di assicurare la terzietà dei componenti e la massima trasparenza delle procedure.
Nel complesso, dunque, l’Antitrust esprime un giudizio favorevole sugli obiettivi della riforma delle professioni sanitarie, ma invita il Governo a calibrare attentamente i decreti legislativi affinché la tutela della qualità delle prestazioni e degli interessi pubblici non si traduca in vincoli sproporzionati alla concorrenza e all’accesso alle professioni.