In Inghilterra un paziente su otto (12%) ha rinunciato almeno una volta nell’ultimo anno a un farmaco di cui aveva bisogno perché preoccupato dei costi. E quattro cittadini su dieci (41%) temono di non riuscire a sostenere la spesa per i medicinali prescritti dal servizio sanitario pubblico. Sono i risultati di un sondaggio commissionato dalla Npa (National Pharmacy Association, associazione nazionale delle farmacie indipendenti) che riaccende il dibattito sui ticket farmaceutici in vista della legge di bilancio che il governo britannico presenterà il 28 ottobre.
L’indagine, condotta dall’istituto Savanta nell’ottobre 2026 su un campione di 1.781 adulti, ha spinto la Npa, il Royal College of Pharmacy (RCPharm, organismo professionale dei farmacisti) e Community Pharmacy England (Cpe, organizzazione che rappresenta le farmacie convenzionate inglesi) a chiedere l’abolizione dei ticket sulle prescrizioni del National Health Service (Nhs, servizio sanitario nazionale).
Attualmente l’Inghilterra è l’unica delle quattro nazioni del Regno Unito in cui i cittadini devono contribuire al costo dei medicinali prescritti. Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno infatti abolito i ticket tra il 2007 e il 2011. In Inghilterra sono previste esenzioni legate all’età, alle condizioni economiche e a specifiche patologie, ma malattie croniche come Parkinson, asma, sclerosi multipla, morbo di Crohn e alcune patologie renali non danno automaticamente diritto alla gratuità.
Secondo le stime della Npa, nel 2025 circa 11,6 milioni di pazienti hanno pagato il ticket sulle ricette, mentre altri 3,3 milioni hanno utilizzato certificati di pagamento anticipato, che consentono di coprire con una quota fissa il costo dei medicinali prescritti per un determinato periodo. Il gettito complessivo dei ticket ha raggiunto nel 2025 i 732 milioni di sterline (circa 842 milioni di euro), interamente destinati all’erario e non alle farmacie.
Per i farmacisti, sottolinea la Npa, il sistema produce situazioni difficili da gestire: non sono rari i pazienti che, non potendo permettersi tutti i medicinali prescritti, chiedono al professionista quali siano quelli più importanti e a quali possano eventualmente rinunciare.
«Ogni giorno i farmacisti si trovano davanti a pazienti che non possono permettersi tutti i medicinali della ricetta e chiedono di quali potrebbero fare a meno» osserva Amandeep Doll, responsabile per l’Inghilterra del RCPharm. «Nessuno dovrebbe essere costretto a razionare le proprie terapie. I ticket rappresentano una tassa ingiusta sulla salute, che rischia di aggravare le disuguaglianze nell’accesso ai farmaci essenziali, soprattutto tra le persone a basso reddito e quelle affette da patologie croniche».
Ai problemi di accessibilità economica si aggiungono quelli organizzativi. James Davies, direttore della ricerca di Cpe, ricorda che la riscossione dei ticket e la verifica delle esenzioni comportano un ulteriore carico amministrativo per le farmacie, già alle prese con una crescente pressione lavorativa. «Abolire i ticket eliminerebbe una barriera all’accesso ai medicinali essenziali e semplificherebbe il sistema sia per i pazienti sia per il personale delle farmacie».
Ancora più netto Olivier Picard, presidente della Npa: «I farmacisti sono professionisti sanitari, non esattori delle tasse. Dovrebbero dedicare il loro tempo ad assistere i pazienti, non ad amministrare una tassa ingiusta sulla malattia».
Alla richiesta di abolizione si sono associate anche diverse organizzazioni di pazienti, che denunciano l’inadeguatezza dell’attuale elenco delle esenzioni. Kidney Care UK, in particolare, segnala le difficoltà degli oltre 30mila pazienti in dialisi, per i quali il riconoscimento dell’esenzione può dipendere dalla valutazione del medico di medicina generale. Anche i trapiantati di rene non sono automaticamente esenti, nonostante debbano assumere quotidianamente in media da 10 a 15 medicinali, equivalenti a 20-30 compresse, per prevenire il rigetto e gestire le altre condizioni cliniche.
«Nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra pagare le bollette e procurarsi le cure necessarie per stare bene» conclude Marianne Radcliffe, amministratore delegato di Crohn’s & Colitis UK.