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Revisione farmacologica, da studio inglese dati su efficacia del servizio

28 Aprile 2026

La revisione strutturata della terapia farmacologica (Smr, Structured medication review) riduce in misura significativa le prescrizioni inappropriate e favorisce una gestione più mirata dei trattamenti nei pazienti anziani. È quanto emerge da uno studio inglese che ha analizzato i dati di oltre 600mila assistiti con almeno 65 anni, i cui esiti sono stati pubblicati il 6 aprile sul British Journal of General Practice e rilanciati dal Pharmaceutical Journal,.

La ricerca ha preso in esame le cartelle cliniche elettroniche di 635.698 pazienti tra il 1° aprile 2020 e il 30 settembre 2022. Nel periodo osservato, 82.285 persone, pari al 13% dei soggetti eleggibili, hanno ricevuto almeno una Smr. Il servizio prevede una revisione clinica strutturata e personalizzata delle terapie, generalmente affidata a farmacisti che operano negli ambulatori delle cure primarie o ad altri professionisti qualificati. L’intervento consiste nella rivalutazione complessiva dei medicinali assunti dal paziente, delle indicazioni terapeutiche, delle possibili interazioni, degli effetti indesiderati, dell’aderenza e dell’eventuale necessità di sospendere, modificare o introdurre farmaci.

Secondo gli autori, le Smr «sono risultate associate a un aumento significativo sia dell’avvio di nuove terapie sia dell’interruzione di prescrizioni esistenti in quasi tutte le classi di farmaci considerate». Il dato di maggiore interesse riguarda però le combinazioni terapeutiche potenzialmente inappropriate già presenti prima della revisione: entro tre mesi dall’intervento, tra il 12,5% e il 40% dei casi era stato corretto.

Tra i pazienti nei quali sono state apportate modifiche terapeutiche, il 29,6% di coloro che assumevano antinfiammatori non steroidei (Nsaid, farmaci antinfiammatori non steroidei) ha visto sospendere la prescrizione. Altri medicinali frequentemente interrotti sono stati i lassativi (19,9%), gli z-drugs, cioè ipnotici non benzodiazepinici utilizzati per l’insonnia (16,1%), e gli oppioidi (15,5%).

La revisione non si è tradotta soltanto in deprescrizione. Nei pazienti per i quali è stato avviato un nuovo trattamento, i medicinali introdotti più spesso sono risultati gli inibitori di pompa protonica (11,3%), le statine (7,7%), gli oppioidi (7,6%) e i lassativi (6,4%). Un risultato che, secondo i ricercatori, conferma come la qualità dell’intervento non coincida con il semplice taglio delle terapie, ma con il loro riequilibrio sulla base dei bisogni clinici reali.

Restano tuttavia alcuni interrogativi. Gli autori osservano che l’effetto sugli esiti clinicamente rilevanti «rimane sconosciuto» e che future ricerche dovranno verificare l’associazione tra Smr e risultati come i ricoveri dovuti a eventi avversi da farmaci. Da chiarire anche il profilo economico del servizio: non è ancora definito se l’investimento (speso principalmente nella retribuzione dei farmacisti delle cure primarie) sia costo-efficace per il sistema sanitario.

Per Danny Bartlett, responsabile clinico della Kent, Surrey and Sussex Primary Care School, il valore reale emerge quando i pazienti complessi vengono valutati in modo olistico e non come mero adempimento burocratico: «Significa esaminare sistematicamente ogni medicinale, verificarne appropriatezza, monitoraggio e capacità del paziente di gestirlo». Anche Amandeep Doll, direttrice per l’Inghilterra del Royal College of Pharmacy, definisce le Smr «uno strumento vitale per ottimizzare l’uso dei medicinali, ridurre i rischi e garantire cure appropriate e centrate sul paziente».