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Valproato, metanalisi ridimensiona rischio di neurodisturbi nei bambini

14 Maggio 2026

Il rischio di disturbi del neurosviluppo nei figli di uomini trattati con valproato potrebbe essere inferiore a quanto ipotizzato finora. È la conclusione di una revisione sistematica con metanalisi pubblicata il 12 maggio sul Journal of Neurology, Neurosurgery and Psychiatry, che ha analizzato i dati provenienti da Danimarca, Norvegia, Svezia e Taiwan e non ha rilevato un aumento significativo del rischio di patologie come autismo o Adhd nei bambini concepiti da padri in terapia con il farmaco. La questione è particolarmente rilevante perché negli ultimi due anni diverse autorità regolatorie, compresa la britannica Mhra, avevano introdotto misure restrittive anche per i pazienti maschi in trattamento con valproato, sulla base di dati preliminari che suggerivano un possibile effetto transgenerazionale.

Lo studio ha confrontato l’uso paterno di sodio valproato con quello di altri antiepilettici, in particolare lamotrigina e levetiracetam, prendendo in esame dati raccolti tra il 1995 e il 2025. I ricercatori hanno identificato tre studi eleggibili, basati rispettivamente su registri di Norvegia e Svezia, Norvegia e Taiwan e Danimarca.

Nella metanalisi che ha combinato i dati di Danimarca, Svezia e Norvegia, l’hazard ratio aggregato per i disturbi del neurosviluppo nei figli è risultato pari a 1,05, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,87 e 1,27. Un secondo set di dati norvegesi ha restituito un hazard ratio di 1,03. Anche l’analisi che ha incluso Taiwan ha prodotto risultati analoghi, con hazard ratio compresi tra 1,04 e 1,06 e assenza di eterogeneità statistica significativa tra gli studi.

«Abbiamo riunito e analizzato i migliori dati disponibili provenienti da diversi Paesi e, complessivamente, non troviamo un aumento del rischio», scrivono gli autori nell’articolo.

Il sodio valproato è utilizzato soprattutto nel trattamento dell’epilessia, ma da anni è al centro di forti limitazioni prescrittive per l’impiego in gravidanza. L’esposizione intrauterina al farmaco è infatti associata a un rischio elevato di sindrome fetale da valproato, termine che comprende malformazioni congenite e disturbi dello sviluppo neurologico, tra cui spina bifida, autismo e anomalie cerebrali, cardiache e renali.

Più recente è invece il dibattito relativo ai possibili effetti legati all’assunzione paterna. Nel settembre 2024 la Medicines and healthcare products regulatory agency britannica aveva raccomandato agli uomini in terapia con valproato e alle loro partner l’uso di una contraccezione efficace durante il trattamento. La decisione era stata influenzata da studi osservazionali che suggerivano un possibile lieve aumento del rischio di disturbi del neurosviluppo nei figli.

Già nel gennaio 2024 l’agenzia regolatoria britannica aveva introdotto per gli uomini sotto i 55 anni un obbligo di doppia valutazione specialistica prima della prescrizione del valproato: due clinici dovevano confermare l’assenza di alternative terapeutiche efficaci o la presenza di «ragioni convincenti» per cui i rischi riproduttivi non risultassero applicabili. La misura era stata poi rivista nel febbraio 2025 e limitata ai soli nuovi pazienti maschi sotto i 55 anni che iniziavano il trattamento.

Secondo gli autori della nuova revisione, i dati disponibili non supportano un incremento del rischio rispetto ad altri antiepilettici comunemente impiegati. Una conclusione che potrebbe riaprire il confronto sulle restrizioni regolatorie introdotte negli ultimi anni.

Tom Shillito, responsabile ricerca e health improvement dell’associazione britannica Epilepsy Action, osserva che «è incoraggiante vedere nuove ricerche estese che suggeriscono come gli uomini trattati con valproato non presentino un aumento del rischio di disturbi del neurosviluppo nei figli rispetto ai rischi associati ad altri farmaci antiepilettici». Secondo Shillito, molti pazienti contattano l’associazione preoccupati per i possibili effetti transgenerazionali del farmaco e in alcuni casi interrompono autonomamente la terapia, esponendosi a ulteriori rischi clinici. «Alla luce di questo nuovo studio» aggiunge «è il momento che la MhRA rivaluti le evidenze disponibili e le prenda nuovamente in considerazione».