Se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi e la crisi tra Stati Uniti e Iran aggravarsi, anche per il farmaco potrebbero aprirsi nei prossimi mesi criticità concrete su costi, approvvigionamenti e continuità produttiva. L’allarme è stato lanciato ieri a Roma nel corso dell’evento «Innovazione, investimenti, competenze. L’industria farmaceutica come asset prioritario del Made in Italy», organizzato in occasione della Giornata del Made in Italy. Per Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, la guerra in Iran rappresenta «il terzo shock in quattro anni», dopo il conflitto in Ucraina e la crisi del Mar Rosso, capace di colpire contemporaneamente logistica, energia e fattori produttivi. Secondo Cattani, le proiezioni indicano rincari complessivi superiori al 20%, da sommare all’aumento del 30% già registrato dal 2021 a oggi. In un settore dove una larga quota di medicinali opera in regime di prezzi amministrati, ha sottolineato il presidente di Farmindustria, questi extra-costi finiscono per gravare interamente sulle imprese, mettendo «a rischio la sostenibilità della produzione farmaceutica». Più nel dettaglio, tra le voci sotto pressione figurano ingredienti attivi, alluminio, plastiche, pvc, vetro e carta, tutti componenti essenziali della filiera che porta il prodotto finito in farmacia.
Il nodo non riguarda soltanto i costi. Se la tensione geopolitica dovesse durare mesi, ha avvertito Cattani, potrebbero emergere anche difficoltà di approvvigionamento di alcune materie prime e dei principi attivi. Le scorte disponibili variano da azienda ad azienda, ma normalmente coprono alcuni mesi: una finestra che, in caso di crisi prolungata, potrebbe restringersi rapidamente. Tra i prodotti potenzialmente più esposti vengono citati analgesici come il paracetamolo, antibiotici, antidiabetici e perfino alcuni oncologici, la cui produzione dipende da precursori petrolchimici o da catene di fornitura internazionali oggi particolarmente vulnerabili.
A rendere il quadro ancora più delicato è la dipendenza europea da Asia e mercati extra-Ue. Per i principi attivi più comuni, ha ricordato Farmindustria, la quota di dipendenza da Cina e India arriva al 74%, senza contare altre materie prime, packaging e imballaggi. Sullo sfondo pesa anche la competizione globale sull’innovazione: «Molti dei nuovi farmaci oncologici hanno origine in Cina e il 30% degli studi clinici globali viene avviato lì», ha osservato Cattani, sostenendo che l’Europa rischia di restare schiacciata tra la spinta industriale americana e l’avanzata asiatica.
Sul fronte istituzionale, il presidente di Farmindustria ha chiesto una risposta strategica che comprenda accesso più rapido ai nuovi medicinali, superamento del payback e misure capaci di preservare attrattività industriale e investimenti. Tra i riferimenti citati anche il futuro Testo unico della legislazione farmaceutica, indicato come possibile occasione di riordino e rilancio del comparto.
Sulla stessa linea Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria e azionista del gruppo Menarini: l’eventuale prosecuzione della crisi, ha detto nel suo intervento, rappresenterebbe «una vera bomba per il sistema industriale italiano». Per Aleotti il rischio di carenze non sarebbe immediato, ma potrebbe materializzarsi «a partire dall’estate o dopo l’estate» anche in Europa e in Italia, proprio perché la filiera farmaceutica globale è fortemente interconnessa e risente dei rincari energetici e delle materie prime.
L’allarme si innesta su un settore che resta uno dei punti di forza dell’economia nazionale. Nel 2025 l’industria del farmaco ha superato i 69 miliardi di euro di export e i 74 miliardi di produzione, con oltre 72.200 addetti (+2% sull’anno precedente) e più di 4 miliardi di investimenti in impianti ad alta tecnologia, ricerca e sviluppo. Di questi, oltre 800 milioni sono destinati alla ricerca clinica nelle strutture del Servizio sanitario nazionale. Numeri che confermano il peso strategico della farmaceutica italiana, ma che spiegano anche perché le tensioni internazionali vengano oggi osservate con crescente preoccupazione dall’intera filiera, farmacie comprese.